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"Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli e non riannodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate. [...] Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si travisa o si brandisce adesso: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre un altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più..." (Javier Marias, Il tuo volto domani)

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giovedì, 02 novembre 2006

Quasi anniversario

Si muoveva, Paolo, attraverso la larghezza dei viali alberati del centro della città, il sole alto e senza calore del mattino invernale, l'aria tersa per la pioggia caduta tutta la notte, l'atmosfera tranquilla della cittadina ancora dormiente della domenica mattina. E passeggiava senza una meta precisa, la meta vera era piuttosto un nebuloso percorso non programmato, un cammino di ricordi di quattro o cinque anni prima - Paolo si fermò e contò, erano quattro, poco meno, anzi, il quarto ancora non aveva battuto la sua ora - ma, appunto, Paolo non era concentrato sul ripercorrere quel cammino, che pure avveniva assai preciso perchè silenziosamente dettato dalla memoria, quanto sui frutti cattivi della memoria stessa, i mille piccoli bulbi di ricordo, i granuli numerosi di passato, l'intreccio, in certi punti intricato, in altri sfumato, di episodi, intreccio che si stendeva per quei viali e li ricopriva come una rete a maglia fitta, ricopriva quelle strade e scendeva su quelle facciate, aderendovi con la precisione maligna della memoria di chi ha sofferto. I giochi di parole sui nomi dei viali, quelli ugualmente li ricordava a memoria, e le immediate risate, e gli scatti in bicicletta, e le corse a casa presi per mano sotto la pioggia che improvvisamente iniziava a battere fitta, e arrivati lì, nell'appartamento del pianterreno di quella villa bianca, il levarsi dei vestiti inzuppati che difficilmente corrispondeva ad un veloce rivestirsi quanto invece a infilarsi ridendo sotto le coperte nella camera da letto. Curiosa quella città, col suo tempo così rapidamente variabile, pensava ora Paolo, con la ferocia con cui passava dal temporale al sole, poi al vento e di nuovo alla tempesta: sembrava vi fosse stato un contagio di quel modus vivendi, un contagio esterno-interno, il tempo come l'amore di Marta per lui, mentre Paolo, che apprezzava la variabilità metereologica, era stabile rispetto a Marta: in quella stanza, sotto quelle lenzuola, lui voleva entrare sempre, e sempre con lei. Eccola lì, la finestra della camera, le persiane scure semichiuse, e Paolo si chiedeva ora chi vi abitasse adesso e se si gettasse con altrettanta rapidità sul materasso scomodo del brutto letto d'ottone, di quello sberleffo esilarante di qualcosa d'antico, e osservava come la crosta verde scuro delle persiane, quattro anni prima ancora bella lucida di recente riverniciatura, fosse ora opaca e in diversi punti crepata, come attraversata da piccole e frequenti rughe e rigonfiamenti e esplosioni leggere, uno strato che si sfarinava e cadeva a terra in piccoli frammenti di lacca ormai defunta.
Paolo riguardava la casa, l'entrata, e ancora le risate salivano alla sua testa e lui rideva internamente e sorrideva apertamente con la sua bocca, ora solo, in risposta alle frasi che facevano ressa all'uscita della memoria per essere ripronunciate mentalmente da lui che fissava quella facciata avorio chiarissimo e quelle persiane da cui si era affacciato infinite volte nei più di due anni di vita trascorsi a dormire con Marta, e anche se poi le cose avevano volto al peggio, anche se poi aveva scoperto che Marta si coricava su quel letto e su un altro con qualcuno diverso da lui, e, ancora peggio, non rideva più con lui, non faceva più giochi di parole con lui sui nomi dei viali e sul resto, beh... nonostante questo ora lui si sentiva invaso da una dolcezza infinita, quella dolcezza che la memoria stimola con perfidia in presenza dei luoghi, degli odori, delle luci e dei rumori di un periodo bello dell'esistenza. Erano predestinati, così dicevano loro gli amici, quando Paolo e Marta raccontavano le bizzarre coincidenze della loro storia, i loro primi incroci ignoti e silenziosi che avevano ricostruito solo dopo essersi conosciuti e riconosciuti, e anche loro credevano a questa predestinazione, che rendeva quella storia ancora più straordinaria ai loro occhi, almeno all'inizio per entrambi, poi solo per quelli di Paolo. Ma nessuno, neppure uno di loro, si era posto, o aveva avuto il coraggio di darle voce, quell'unica domanda che avrebbe fatto capire che quelle coincidenze non erano destino, nient'affatto, solo piccoli errori di un caso distratto: nell'incrociarsi vedevano e sentivano lo stesso? Erano lì per analoga ragione e spinta profonda? Paolo l'avrebbe scoperto dopo.
Ora fissava però la casa, e sorrideva fin quasi a ridere, e il ricordo di quelle coincidenze tornava su come un fiotto leggero, dolce, un rigurgito di sussurri e tenerezze e piaceri consumati dietro quelle persiane la cui vernice adesso se ne andava scoppiettando. E quindi era naturale prendere il cellulare, scorrerlo e cercare "Marta", senza trovarla, perchè aveva cancellato tutti i numeri di lei dalla rubrica, piccolo esorcismo o piuttosto autodifesa per i momenti in cui temeva di non farcela. "Sei l'amore della mia vita", ricordava ora, "ma tu lo vuoi far sempre un bambino con me?", "è una grande fortuna che io e te ci amiamo così", la voce di Marta che aveva pronunciato tante volte quelle frasi in quella stanza era ora un rimbombo leggero che arrivava dalla casa, casa verso la quale Paolo faceva in quel momento due passi avanti, per sentire meglio quei lontani sussurri, mentre il numero cancellato veniva sù dalla memoria, dettato dalla stessa voce di lei, altra coincidenza che Paolo prendeva ancora una volta come un segno del destino: se era finito lì, in quella giornata, di fronte a quella casa, senza volerlo, e ricordava tutto, ora anche il numero di telefono, allora doveva chiamarla, doveva, come se qualcosa di più alto e grande lo spingesse a farlo.
Suonò più volte il telefono dall'altra parte, prima che Paolo avesse risposta. Lei aveva lasciato il suo numero nella rubrica ed ora non sapeva se rispondere? Oppure l'aveva cancellato e ora non riconosceva quella stringa di cifre?
-Pronto?
-Ciao Marta, sono... sono Paolo...
-Paolo... Cosa vuoi?
-...speravo in un'accoglienza un po' migliore...
- Uff...... ok: ciao Paolo. Ora dimmi: cosa vuoi?
-Ok... ok... no sai... senti, ora ti sembrerà assurdo, ti sembrerà un po' fuori luogo, magari... ma ecco, ecco... ti ricordi quella casa  al centro del viale grande, quella in cui abbiamo vissuto, quando stavamo entrambi nella città dei viali?
-Paolo... Paolo, dove vuoi andare a parare, eh?
-No... no... aspetta, ti prego, aspetta... E' che sono semplicemente lì, nella città, ci sono davvero, e mi trovo di fronte alla casa, alle persiane della camera da letto... della nostra camera, insomma... E quindi ho pensato di chiamarti...
-Paolo, no... ascolta, non ci fai niente lì, capisci? Sei fuori a star lì, capisci? Che cerchi... che vuoi, eh? Accidenti, ma guarda un po' tu questo matto...
-Ma Marta, ascolta, non volevo... non volevo far nulla di male...
-Ora ascoltami bene, ascoltami bene. Tu non mi devi chiamare più, chiaro? Non più. E' chiaro?
-Ma era, era...
- Noooo... Che diavolo... non mi devi chiamare più... a me non importa un accidente dei tuoi ricordi, è chiaro, io ho dimenticato quasi tutto e ora sono a posto, ok? Sono felice, ho un marito, ok?
-Come... come... un marito?
-Sì, sai quello con cui ci si sposa, no? E aspetto il nostro primo bambino, ok? Quindi qui uno di noi due in questa conversazione non ci fa un accidenti. Quindi facciamo finta che non l'hai fatta, ma per favore, ti prego, non mi chiamare mai più, chiaro?
Paolo ora non vedeva quasi più niente, non riusciva più a mettere bene a fuoco quella casa... Chi c'era dietro quelle persiane? Chi si stendeva su quel letto? Ma lui ci s'era davvero mai steso...? Girava la testa a destra ed a sinistra, come a chi hanno dato una notizia orrenda, come la morte improvvisa di un caro. La luce del display del telefonino che si spegneva significava che Marta aveva chiuso la comunicazione, lui non aveva pensato di farlo, era rimasto come inebetito. Ora la messa a fuoco tornava e Paolo riguardava la casa, e le persiane scrostate, e stimava, finalmente, il tempo passato, e notava tutta una serie di differenze, sulla facciata, il portone d'ingresso, i balconi, differenze piuttosto importanti rispetto a quando abitava lì con Marta.
E mentre guardava, non potè evitare di porsi alla fine quella domanda: cosa ci faceva di fronte a quella casa, che cosa l'aveva spinto lì?
postato da: Eteriele alle ore 05:41 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: racconti
domenica, 22 ottobre 2006

Samuel Barber, concerto per violino: andante

C'è la curva del collo, la pelle bianca e tesa. I capelli lunghi, chiari, che cadono sui due lati del capo, della testa che lei ogni tanto volge verso di me. Proprio lì al termine della nuca i capelli diventano sottilissimi, mantengono la consistenza di ciuffi di bambina. Ogni tanto lei si volta e mi guarda, le sue iridi blu scurissimo parlano al posto della voce, ed è come una commozione leggera, un'incredulità felice, una passione trattenuta. Si sente solo il rumore del nostro respiro e del nostro movimento quasi impercettibile ma che travolge entrambi, come sapevamo che sarebbe successo appena ci siamo sfiorati. I piedi, le gambe, il sedere e la sua schiena sono rivolti verso di me, le mie dita stringono la sua pelle chiara mentre ci muoviamo piano, e lei ogni tanto si volta e mi guarda. E alla fine, solo alla fine, quando sento arrivare lo spasmo, rallento il mio movimento fino quasi a fermarmi e lei si volta ancora e mi sussurra qualcosa, forse nella nostra sola lingua comune o forse nella sua, diversissima dalla mia e per me ignota, ma in ogni caso non capisco il suo sussurro. E mentre quello spasmo arriva, è la disperazione che arriva con lui, una disperazione tenuta a bada da un tempo di cui ho quasi perduto nozione, una disperazione che si è manifestata quasi sempre solo nel mio dormire di questi anni, una disperazione che ora monta violenta e spazza ogni argine o resistenza, che è inarrestabile come il mio venire, che è liberatoria, che in pochi secondi mi priva di tutto: forza, lucidità, messa a fuoco della sua schiena e dei suoi fianchi e delle sue gambe piegate... Inizia con un grido soffocato, un grido che reprimo e che diventa prima un singhiozzo e poi un pianto dirotto, irrefrenabile, che è il dolore accumulato che se ne va, ma per andarsene deve uscire, che mi consegna a lei, a lei che ora mi guarda e si gira e mi abbraccia, e mi tiene stretto, e calma il mio pianto senza soffocarlo, e mi ama senza fare domande, solo mi stringe e mi fissa con gli occhi blu profondo, mentre le mie lacrime scendono sulle punte dei suoi capelli che ora avvolgono la mia testa e sulla sua pelle, ed io la stringo, la stringo, e piango, piango, piango.
postato da: Eteriele alle ore 20:05 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: racconti
mercoledì, 30 agosto 2006

Rivisitato e corretto

Alice guarda il soffitto e osserva una fila di formiche che salgono ordinatamente per la parete. Quelle che sfiorano una certa zona del muro, anche se sembra trattarsi d’un punto qualsiasi, cadono improvvisamente a terra e poi, dopo poco, tornano in fila e riprendono il cammino d’arrampicata verticale. Alice è nuda, voltata sul fianco sinistro, di fronte a lei c’è l’ultima stretta porzione di letto, con le lenzuola stropicciate che penzolano fino a toccare il pavimento. Oltre, c’è la stanza di Stefano, semi immersa nell’oscurità, tranne per quella striscia di parete illuminata da una lunga e tenue scheggia di luce che entra dalla finestra quasi chiusa. Alice sente arrivare l’odore della strada bagnata dalla pioggia serale d’autunno, sente quello del suo sudore e di quello di Stefano, quello dei suoi pochi umori e di quelli copiosi di lui, sente il respiro, sente il ritmico sussurrare di lui che le poggia una mano sulla parte bassa del fianco destro, quasi sulla natica. Ha appena finito di fare l’amore con Stefano e lui si è subito addormentato e lei è travolta ora da un senso di resa che dilaga, debolezza che fa il paio con il leggero dolore che giunge piano dal suo sesso e si diffonde su per il ventre. Osserva nuovamente le formiche che salgono sulla parete, poi scompaiono, quando quel lungo costante susseguirsi di piccoli punti neri esce dalla zona illuminata dalla striscia di lampione che entra dalla finestra insieme agli odori dell’autunno cittadino appena arrivato, l’autunno che in realtà non sboccia, arriva soltanto, perché è una stagione che segna fine e non inizio, che indica riposo e non risveglio. Alice non è delusa, semplicemente si sente vuota e sola come non s’era sentita mai prima, Stefano s’è addormentato e lei può restare così, in silenzio, quasi non respira, non oppone resistenza alla solitudine che l’invade con ferocia sconosciuta. Non ha avuto alcun orgasmo, non ha provato, se non all’inizio e per un breve momento, alcun piacere, ma Stefano non se n’è accorto, anche per lui era la prima volta e ognuno sapeva dell’altro. E’ strana la solitudine che invade lentamente Alice, diversa da quella, a lei nota, che ha provato fino a questa sera: da un lato è come un senso di liberazione, una coperta che le si posa leggera sulla pelle e la isola dal mondo, dall’altro è terribile, più avanza, più Alice sente estranea e pesante la mano sudata di Stefano che ora è ferma sulla sua natica, quella pelle sudata su di lei è viscida e non vorrebbe averla addosso, ed è la prima volta da quando lo conosce che lo sente così lontano. Meno male che si è addormentato, lei ora può tirar su la coperta di solitudine ed isolarsi e pensare e ascoltare in silenzio tutti gli odori, e guardare le formiche che continuano a salire sul muro.
Alice non ricorda bene quel che è accaduto, anche se è capitato pochi minuti prima: com’era il viso di lui durante, con quale espressione lei gli ha risposto. Non sa, non l’ha memorizzato, forse non era neppure lì quando è capitato, ricorda solo della percezione improvvisa e triste che il suo sesso era così poco partecipe di quell’unione, non sa, non ricorda altro, salvo questo, e che la solitudine è sbocciata in quell’istante. Si chiede quante possano essere le formiche che salgono per la parete verdina, senza sosta, e soprattutto con quale meta o scopo o fine e questo pensiero fa sì che la coltre di quella strana, sconosciuta solitudine si faccia ancora un po’ più spessa e pesante, che la presenza di lui che ora dorme in quel letto piccolo vicinissimo al suo corpo nudo, la persistenza del suo odore e calore e respiro le risulti quasi insopportabile. Le formiche salgono, e non va loro il sangue nella parte basse del corpo, ma forse non hanno sangue, pensa Alice, e continuano a salire anche al di fuori di quello stretto, sbilenco triangolo illuminato, in fila, ordinate, precise verso una meta che risulta incomprensibile a chiunque, come quel percorso stretto che seguono guidate da un senso inumano.
A Alice non va più di stare in quel letto, solleva con lentezza la mano di Stefano dalla sua natica e la poggia sul lenzuolo, si alza piano, qualcosa è cambiato da quando si è sdraiata, un’ora e mezzo prima, non solo la luce del sole al tramonto, che ora ha del tutto ceduto il passo al buio, non solo il suo sesso, adesso leggermente dolorante. Alice si rende conto che una strana porta si è spalancata di fronte a lei, ma che dietro quella porta non c’è nulla che lei conosca, solo buio, vuoto, come un oblio nebuloso che la chiama, come il canto sussurrato di una sirena - un soffio appena percepibile e solo da lei - che l’invita a varcare quella soglia. E’ come una leggera vertigine, come una nebbia che pian piano l’avvolge, la trasformazione della coperta di solitudine che per un secondo le era parso di scrollarsi via nell’alzarsi dal letto, e che invece le si è attaccata addosso. Cerca le mutandine ma vorrebbe potersi rivestire tutta, in fretta, annullare in un istante quella nudità che ora non vorrebbe mai avere raggiunto, non in quel momento e in quel modo. Quella nudità che voleva condividere con Stefano e che doveva essere, nella sua incerta fantasia, nella leggera tensione che l’ha accompagnata mentre si spogliava, un ponte tra loro, e che invece si è rivelata un muro, una grande parete che l’ha isolata da lui e da sé stessa, che l’ha proiettata da qualche altra parte, mentre il suo corpo restava lì, poco partecipe, a farsi sfiorare e baciare, mentre il suo sesso restava asciutto e indifferente a quello di Stefano che la cercava.
No, non lo poteva immaginare, non sapeva che sarebbe stato così, e quella porta aperta di fronte a lei non la vuole varcare, la vorrebbe chiudere, vorrebbe che tutto tornasse com’era un paio d’ore prima, vorrebbe che al suo silenzio e al primo movimento con cui ha iniziato a sfilarsi il maglione di cotone si potesse ora sostituire un sorriso di rifiuto, un no inespresso ma chiaro. E invece no, non è andata così e quella porta rimane aperta e la nebbia l’avvolge e la sirena la chiama: dopo il maglione s’è levata i pantaloni, la camicetta, la magliettina di cotone, per il reggiseno e le mutandine ha aspettato d’essere, sempre più goffa e perplessa e tesa, sdraiata accanto a lui.
Ormai ha quasi finito di rivestirsi, e non sa che fare, se deve svegliarlo o andare via furtiva. Ha un lampo e si chiede come le apparirà il mondo quando avrà varcato quella soglia nebbiosa che ormai si è sovrapposta alla vera porta chiusa della stanza di Stefano, come vedrà la strada bagnata d’autunno, l’autobus e la gente vociante che troverà al suo interno e come sarà rientrare a casa, guardare sua madre e suo padre, sapendo che ora è più simile a loro, che chissà da quanto e come e perché fanno l’amore. Non vuole svegliare Stefano, non sa cosa dirgli, spera che lui non s’accorga di niente: le spiegazioni, quelle, un altro giorno, magari mai, ma quando solleva la testa – ed è la prima volta da quando si è alzata - lui è lì fermo che la guarda, con gli occhi aperti, sempre sdraiato sul letto. E mentre la nebbia ed il sussurro di sirena e la porta la risucchiano verso l’esterno – vorrebbe poter camminare all’indietro ed andarsene veloce e senza incertezze come in una pellicola proiettata all’incontrario – Alice inizia ad intuire che Stefano, il quale anche lui ha fatto l’amore per la prima volta, sta iniziando ad intravedere quel muro di solitudine, che quel suo silenzioso essersi completamente rivestita è per lui così assurdo, inaspettato, incomprensibile che non sa cosa dire, come fermarla, che chiederle. Cosa accadrà ora, mentre lei inizia quella marcia all’indietro, e cosa succederà domani quando si ritroveranno a scuola, lui due banchi più avanti di quello di Alice? Cerca di sorridergli, ma non vuole parlare, è paralizzata o semplicemente non trova nulla da dire, pronuncia a stento un saluto appena udibile prima che la porta la risucchi via e lei possa uscire da quella stanza e da quella casa e fuggire da quel quartiere. E ormai che la porta fisica e quella mentale si sono sovrapposte, Alice casca dentro la nebbia, tutto diventa più freddo e sgradevolmente estraneo, inizia a prendere contorni la sensazione che quella soglia che Alice ha appena varcato è lei stessa, è una parte di lei che le parla senza che lei lo volesse e se l’aspettasse, che non sapeva d’avere e che l’ha attirata verso di sé, un baratro nel quale inizia a cadere e che l’atterrisce e la sconvolge e la svuota.


La belle endormie no. 2
postato da: Eteriele alle ore 15:07 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: racconti
mercoledì, 23 agosto 2006

R.I.P.

Scorrevo il giornale, il giornale locale che non acquisto mai. Oggi, per la prima volta in tantissimi anni, l'ho comprato, come per rispondere ad un riflesso condizionato che era sepolto, sepolto da tre decenni: mio padre mi mandava all'edicola vicina e la frase pronunciata era sempre la medesima, aveva ormai perso il significato vero, era solo una sequenza di lettere, lunioneelarepubblica. E stamane, come per un caso maligno, una coincidenza cattiva, distratto all'edicola vicino alla strada dove vivo da poco più di due anni, eccola lì, la stessa frase, e non ho avuto il coraggio di ritrattarla e ho preso i due quotidiani che l'edicolante mi ha allungato, mentre consideravo in silenzio e con due secondi di ritardo la possibilità di una sindrome grave di demenza senile anticipata.
E giunto a casa, il giornale locale l'ho lasciato buttato lì, ho letto La Repubblica, e ogni tanto scoccavo occhiate a quelle pagine che non avrei mai comprato, fin quando ho pensato che prima di gettarlo, e di eliminare così anche l'inciampo involontario della mattina, almeno una scorsa avrei dovuto dargliela, controvoglia, per dovere, per quel dovere strano che conosco dall'infanzia che impone di non gettare quel che non è stato, almeno un poco, usato. E sì, mi dicevo, l'avrei gettato prima della mezzanotte, chè altrimenti domattina sarebbe naturale scendere e mettere il quotidiano di ieri nel cassonetto dell'immondezza, ma oggi, oggi almeno costituirà un piccolo esorcismo, un brevissimo e penoso tentativo di allontanare l'errore della mattina e di eliminare quella presenza politicamente, letterariamente, culturamente indesiderata da casa  mia: quasi un corpo estraneo esistenziale, da sfiorare e gettare.
Ma c'era, doveva esserci, qualcosa per cui stamane ho comprato il giornale, o che mi ha spinto a chiederlo all'edicolante stupito dalla variazione dell'ordine abituale. Anche questo molto bizzarro, perchè salto sempre quella pagina o quelle pagine, che considero la manifestazione più oscenamente provinciale dello stile di vita che permea un po' tutto nella mia città natale. Perchè, infatti, si deve dar notizia, e con dispendio notevole di denaro, della dipartita di un caro? E perchè, subito dopo, c'è la corsa del villaggio a pubblicare, con altrettanto dispendio, cioè a rendere pubblica una partecipazione che è quasi sempre fittizia? Che se fosse intrinsecamente vera, non dovrebbe avere bisogno alcuno delle pagine di un giornale e dello sguardo pubblico. Domande del tutto inesaudite ma che non saprei neppure a chi mai rivolgere.
Il suo nome era lì, dunque, ben scritto, e la partecipazione del villaggio, al primo colpo d'occhio, modestissima. Ma non è stato questo che mi ha colpito, no, ma l'occasione, l'avvenimento: la sua morte e il fatto, immediatamente saltato agli occhi, dell'acquisto del giornale proprio nel suo giorno e non in un altro. Perchè non ho mai amato, fino ad ora in questa vita, nessuno come lei, lei con cui dormii alcuni anni, e con cui per lo stesso tempo feci tanto l'amore e con cui pensai di trascorrere l'esistenza. Lei che mi sussurrava dolcezza, lei compagna di presunte affinità e di tanti viaggi, fin quando non fu un altro ad accompagnarla, mentre io continuavo a chiedermi come fosse possibile quell'eternità negata.
Leggo questo necrologio e, nonostante lo sforzo, nulla del suo viso lontano torna alla memoria, piuttosto un ricordo di baci, carezze e amplessi ormai diluiti e sbiaditi dal tempo. E poi scorro i nomi, e fatico a capire di chi si tratti, io che credevo di conoscere ogni anfratto dei suoi affetti, e poi ancora arrivo a fare l'inevitabile, ad immaginarmi in mezzo a quei nomi. Anch'io sì, a partecipare e ad attendere le scontate condoglianze del villaggio, e quante sarebbero state in più o in meno se ci fosse stato anche il mio nome? Come se n'è andata, non lo so, e se sia stato improvviso o lento oppure deciso da lei stessa, pure questo penso. Ma soprattutto mi domando se questa data, questo giorno col suo numero, e questo mese di questo anno, tutto ciò sarebbe stato uguale se le fossi stato accanto? Non gli stessi nomi di figli, no, e neppure il resto, ma sarebbe morta ugualmente, nello stesso modo, o diversamente, e prima, o dopo? Era un meccanismo ad orologeria, che nessun amore, carezza, affetto o amplesso, nessuna affinità, figlio, esperienza e scelta avrebbero mutato, oppure sarebbe stato tutto diverso, la mia vita, la sua, fino alla sua morte?
E tutto assume un colore strano ora, ora che scendo a gettare il quotidiano comprato per sbaglio, ora che lei non c'è più, lei che non credeva all'anima e per cui tutto è davvero concluso, lei che ora è stata chiusa in una cassa e a cui presto scompariranno gli occhi dentro le orbite, lei la cui pelle che accarezzavo e baciavo e odoravo s'attaccherà ora, biancastra e bluastra, alle membra senza movimento.
postato da: Eteriele alle ore 22:26 | link | commenti (3) | commenti (3)(pop-up)
argomento: racconti
lunedì, 03 luglio 2006

Perchè Eteriele (3 e 4 di 4)

Cinque

Il giornalista sfila il telefono cellulare dal taschino e compone il numero della redazione: “Pronto, Sandra? Sei tu? Sono io sì. Mi passi il capo? Grazie… Sì, sono io, ciao. Tra poco sì… l’ammazzano tra poco… No, ormai è escluso. Il governatore è appena arrivato… No, sicuramente non ha la minima intenzione di commutare la pena… A quattro mesi dalle elezioni? Scherzi? Già gira voce che quel vecchio imbecille voglia candidarsi al senato l’anno prossimo… Eh, certo… se la lasciasse viva il seggio sarebbe perso prima di iniziare… Figurati, i repubblicani non glielo perdonerebbero. Scusami, ci stanno facendo entrare nella stanza… Vuol dire che manca poco ormai… D’accordo… D’accordo… Ma tu tieni lo spazio in prima… Due colonne… Cercherò anche qualche familiare… Che tono vuoi dare alla cronaca?… Distaccato? Sì, ho capito… Tu rimpagina uno schema con la dinamica degli omicidi… ora vado. Ciao, ti chiamo quando è tutto finito.”

postato da: Eteriele alle ore 22:52 | link | commenti (2) | commenti (2)(pop-up)
argomento: racconti
giovedì, 29 giugno 2006

Perchè Eteriele (2 di 4)

Tre

Il vecchio gesuita, il volto scarno e scavato, si lasciò andare pesantemente sulla sedia. Degnò di una breve occhiata infastidita le carte che giacevano sulla scrivania di legno bruno. Si passò una mano tra i capelli unti e quindi si fissò le unghie ormai lunghe e mangiucchiate. Considerò l’ipotesi di asportare col tagliacarte il filo nero che si era depositato sotto di esse quando un timido bussare interruppe i suoi pensieri. Attese un istante prima di pronunciare uno stanco “Avanti.” La pesante porta si aprì e di fronte a lui apparve un bambino magro, silenzioso e tremante, dall’età non superiore ai dodici anni. L’anziano prete lo lasciò sull’uscio per un paio di minuti buoni, godendosi la paura di cui il bambino sembrava essere sempre più preda.
Quando gli parve di essersi divertito abbastanza, alzò la testa e sibilò con la sua voce roca: “Avanti, monsieur Arouet. Che cosa fate ancora lì, fermo e dritto come un bastone? Entrate e chiudete la porta.” Aggiunse, con sufficienza: “Ma piano, per piacere, ho un gran mal di testa…”
Il bambino entrò e si chiuse la porta alle spalle. Fece per accomodarsi su una delle due sedie che erano poste di fronte alla scrivania dietro la quale il ligneo direttore del collegio respirava sibilando, che questi senza alzare la testa lo fermò: “Non mi pare di avervi dato il permesso di sedere…”
Il bimbo si bloccò.

postato da: Eteriele alle ore 19:17 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: racconti
mercoledì, 28 giugno 2006

Perchè Eteriele

Due amici blogger che passano spesso a dare uno sguardo qui m'hanno, a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro, chiesto spiegazioni sull'origine del mio nick.
La risposta banale è che quello è stato il primo nome che m'è venuto in mente al momento dell'apertura del blog. L'Io ci fotte sempre, come dice una antica copine che quando aveva un anno è caduta, in puro stile Obelix, in un pentolone di un potente farmaco depressivo (che credete? mica ci sono solo quelli che la fanno passare...).
La storia del nome è invece leggermente diversa.
Eteriele era il protagonista di un bellissimo racconto di Isaac Asimov che lessi a quindici anni e che si intitolava "L'ultima tromba". Quattordici anni più tardi, nel 1998, scrissi un racconto che come ambientazione s'ispirava a quello di Asimov e lasciai ad uno dei personaggi il nome d'origine, mentre il secondo nome che compare è una citazione di un film di Wim Wenders. Eteriele e Cassiele sono due angeli.
Questo racconto è stato sul punto di essere pubblicato nel 1999, poi la cosa non andò in porto, e a me oggi basta che sia letto.
L'ho ritoccato più volte in questi anni. Quella che pubblico qui sotto è l'ultima versione. Poichè è un po' lungo, lo divido in quattro pezzi. Gli altri tre seguiranno nei prossimi giorni.
Commenti e critiche anche aspre sono graditissimi, ovviamente.
Il titolo del racconto è: L'abbraccio di Cassiele.
postato da: Eteriele alle ore 18:44 | link | commenti (1) | commenti (1)(pop-up)
argomento: racconti
sabato, 20 maggio 2006

Piccoli anelli

Ci sono voluti trecento anni, ma ora siamo qui, e il muro che per secoli ha imprigionato la nostra conoscenza sta per crollare. Oggi il Grande Anello Acceleratore, per progettare il quale sono stati necessari quasi cento anni, sta per essere acceso. Altri due secoli per costruirlo, ed ecco che io sto per dare vita a questo prodigio, che ci consentirà di vedere ciò che fino ad ora si è soltanto potuto ipotizzare.

Sono nella camera di controllo, nel mezzo del vuoto spazio cosmico. Il Grande Anello, con una parte immersa nella corona solare, e con la parte opposta distante qualche secondo luce da Urano, sta per essere messo in funzione. L’energia sta per sprigionarsi attraverso la sua struttura, le particelle stanno per fluire.

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argomento: racconti
giovedì, 18 maggio 2006

Rientrò a casa e la trovò in uno stato di strana agitazione.
Non era contenta, eppure pareva leggermente eccitata. Angosciata, pure.
Poggiò le sue cose, guardò il salone mentre si chiudeva la porta alle spalle. Il divano nuovo, la poltrona nuova, il tavolo in cristallo, il tisettanta ancora più vecchio del tavolo, ormai rotto ai mille traslochi. Uno degli spigoli del tavolo si era scheggiato un poco durante l'ultimo trasbordo, l'aveva fatto con il solo aiuto di un paio di amici.
Poggiò le sue cose e la guardò. Quel gatto in gabbia, pensava.
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argomento: racconti
lunedì, 20 marzo 2006

In tua funzione (un vecchio racconto)

Silenzio.
Silenzio, buio.
Silenzio, buio e umido.

Dove sono? Dove mi trovo?

Non c’è nessuno qui.

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argomento: racconti