|
|
![]() Gidon and ItzhakMentre leggevo gli ultimi post di wetterfuehlig, stasera, e dopo un po' di ore che stamane, in treno, ho passato ad ascoltar musica, mi sono venute in mente queste righe...
L'eterna amica che non tradisce mai, la musica. Che m'accompagna quotidianamente e che levo solo quando devo parlare con altri o memorizzare qualcosa, ma che è l'intima compagna notturna, dei lunghi e meno lunghi viaggi, dei momenti di stanchezza, delle lunghe sedute di laboratorio, delle ore passate a far calcoli e trattare dati... Tutto sarebbe grigio, senza. Tutto è più sopportabile, avec. Distende, emoziona, commuove, coccola, acuisce, sopisce, addormenta, sveglia. Fa compagnia, ma soprattutto riempie il vuoto senza bisogno di parole, senza fallo e senza pretese di cui non ha bisogno. E di cui non sono geloso: il rapporto che ha con me è un fatto privato tra noi. E poi il violino, anche lui altro punto di riferimento negli anni, da ascoltatore sempre e quando posso da tardivo strimpellatore incostante e rabbioso: ho cominciato tardi, ho capito troppo in là che per poter suonare bene bisogna crescere con lo strumento, ed io ero già cresciuto quando l'ho conosciuto. Quindi itzhak e Gidon, cioè Perlman e Kremer: dopo la morte degli ultimi grandi del secolo ventesimo, probabilmente i due più osannati violinisti viventi, assediati ma non molto preoccupati dai giovani che avanzano e stupiscono: Maxim Vengerov, Vadim Repin, Hilary Hahn, Peter Zimmermann... Itzhak, che siede sulla sedia a rotelle da una vita dopo l'infantile poliomelite, grasso, ormai anche imbolsito ma non nella musica. Sempre contento, l'israeliano di nascita e newyorchese d'adozione che ha ereditato il meglio della tradizione violinistica degli ebrei russi, levandovi il dubbio e aggiungendovi quel tanto di dolcezza e di gusto da americano sovradimensionato e crapulone, da roseo Bacco del violino che si gode la vita nonostante l'impedimento fisico. Oggi sessantaduenne, le mani enormi e paffute, le unghie piccole che quasi scompaiono nelle dita gonfie e cicciose, lui che non cambia quasi mai posizione, lui che violenta insopportabilmente i barocchi, tartassa orribilmente mozart affogandolo nel vibrato rotondo e nel suono poderoso, lui che solo a partire dai romantici riesce a convincere. Lui con la tecnica impeccabile e mostruosa che usa con la disinvoltura di un grande che esagera spesso perchè non si sofferma troppo, ma che può permettersi Prokofiev e Stravinsky e poi a seguire gli amici con cui suona (ottimamente) le contagiose e frenetiche melodie yiddish, divertendosi come un pazzo e gridando "this is great!!!" mentre percuote lo stradivari che quasi scompare tra quelle manone, il mento un po' cadente e gonfio di carne e l'enorme spalla. Lui che ha inciso per l'amico Steven il tema struggente di Schindler's List. E' tondo il suo suono: impetuoso, divertito, un suono sonoro, che non arretra mai ed è carico di forza e trascina e coinvolge. E' un suono che non ha dubbi, che ha la prepotenza di un bambino goloso e ipernutrito, superdotato musicalmente e ben cosciente di esserlo. E poi c'è Gidon, il geniale figlio di Riga, l'unico allievo riconosciuto come grandioso del mostro sacro e compagno sovietico David Oistrakh, e oggi anche fondatore e direttore di una piccola ottima orchestra cui ha dato, con ironica immodestia, il nome di Kremerata Baltica. Gidon, io lo trovo sempre più il vero alter ego di Itzhak. Sa fare tutto e chiede al violino di adattarsi, e quello si adatta. E' alto, magro, le braccia lunghissime, le mani affusolate e belle, i denti quasi sporgenti e irregolarmente appuntiti, la testa lunga, ovoidale e parzialmente pelata: l'esatto contrario della rotondità irrimediabilmente e densamente riccioluta di Perlman. Gidon ha qualcosa di simpaticamente scimmiesco, talvolta, ed il suo violinismo è davvero borderline, ma sempre fantastico. Riesce a fare tutto, ma proprio tutto, e con gli anni ha consentito alle infinite varietà musicali che esegue (oltre alla classica, il jazz, i tango e le fughe di Piazzolla, le colonne sonore di film...) di contaminarsi. Per cui i legati agghiaccianti che impone a serie infinite di note, e senza perderne mezza, invece prevedevano un balzato: e non solo non infastidiscono ma fanno sussurrare sempre uno stupito "...ma senti tu...", e anche questo marca la differenza con Perlman, che si mangia interi pezzi con onnivora incoscienza. Kremer tira l'arco fino quasi a suonare il ponticello, fino al limite dello stridio, quando esegue piazzolla o rota o milhaud, ma sempre perfetto, originale, veloce e stupefacente. Gidon è un vero intellettuale, dietro le sue esecuzioni non c'è solo la divertentissima e comprovata capacità di stupire ma riflessione, rivisitazione, contaminazione controllata e un po' sperimentale... E le sue incisioni abbastanza recenti, meno di quindici anni di vita, per Deutsche Grammophon, delle sonate di Beethoven per violino e piano con Marta Argerich in splendida forma, restano memorabili per forza, intelligenza, assoluta grandiosità tecnica e originalità mai esagerata. E' una presunzione diversa quella di Gidon, rispetto a quella di Itzhak, e che si riflette anche sul suono. Quella di Perlman in fondo è casereccia, è più buona, è innocua, e infatti lui è ascoltabile sempre, qualsiasi siano le condizioni di umore, perchè sai sempre cosa sta per fare e come ne uscirà. Per ascoltare Kremer invece bisogna in qualche modo prepararsi ad avvicinarsi al limite che separa la tecnica dalla follia, sapendo che mentre incideva era cosciente, e ghignava alle tue spalle, perchè sapeva che avresti ascoltato quel che non ti aspettavi di sentire e ne saresti rimasto scosso, perchè sceglie sempre con estrema accuratezza cosa fare e come farlo. Sono due mostri violinistici, due divoratori di musica: solo che Perlman va molto più a quantità, si riempie il piatto pentagrammato di grosse salsiccie virtuosistiche e poi mangia e mangia e mangia senza sentir troppo il sapore, mentre il violinismo di Gidon è alla qualità, alla ricercatezza che bada. Il suo cibo deve essere curato in ogni dettaglio, prima di tutto nell'infinità varietà di sapori che devono manifestarsi appena posi la porzione di musica sulla tua lingua da melomane e lì la lasci a consumarsi con lentezza, e poi anche nella forma, nelle piccole verdure messe a contorno, nella spolverata di spezie, nel filino di miele amaro che costeggia i bordi del piatto... ![]()
HilaryNe parlai qui e qui. Mi rifiuto di pubblicare l'ennesima foto, perchè, ecchecazzo, sembra pure essere una sonora topona, e questo è davvero ingiusto (Dio!: ma perchè a taluni/e dai solo e ad altri/e togli e basta: eh, stronzone???)
Insomma, ieri sono rimasto fulminato dalla giovialità con cui Hilary liquida il bestiale e meraviglioso concerto di Stravinsky, stasera ascolto basito come suona quello di Shostakovich. Non è possibile, non ci credo, c'è il trucco: avanti, si osi dire la verità, avanti!!! Lei, la giovane topona americana violinista che spazia da Johann Sebastian a Dmitry con assoluta nonchalance da fighetta dello stradivari, è un ogm, o le hanno ritoccato il genotipo (e pure il feno), o le hanno impiantato un misto di cellule di Oistrakh e Szeryng nella capoccia, oppure è posseduta dal fantasma di Heifetz in priapismo violinistico cronico....
Hilary Hahn: sa gueule!!!Ha meno di trent'anni, suona meravigliosamente, senza sforzo o traccia di stanchezza e mentre squaderna il primo concerto di Prokofiev se la ridacchia pure...
Mi autocito un secondo per ricordare che ne avevo scritto in passato. Senonchè ho scaricato, ascoltato e riascoltato tutto quello che ho trovato suonato da lei: Bach, Shostakovich, Brahms, Beethoven, Mendelssohn, Stravinsky, Elgar, Vaughan-Williams, Bernstein... Ha inciso praticamente tutti i più importanti concerti per violino della storia della musica, più un po' di altre cose. Non mi soddisfa tutto, ma niente da dire per precisione, tecnica, qualità del suono e livello interpretativo. Talvolta è un po' scolastica, talvolta un po' sbrigativa (stacca tempi pazzeschi che regge senza problemi) ma per la sua età fa comunque spavento... Come se non bastasse, è pure una gran bella ragazza, mica quella salsicciotta tedesca di Anne-Sophie Mutter o l'algida rigidità di Victoria Mullova... ![]() MarchigianemiliantolosanoLa canzone che segue, vincitrice del premio simpatia alla nota manifestazione "Cantamanzolino", l'ha scritta il mio amico PF, meglio noto nei nostri ambienti come "Il maniaco del Cemes". Costui, microscopista a tempo molto perso, naviga per la rete lasciando perle di genio sotto i più svariati pseudonimi, come i famosi "il masoschiavo" alias "zzerozzerociccio chiama rubinetto", per citare due tra i più sensati.
Spero che gli affezionati lettori perdonino questa temporanea digressione dallo stile autoreferenziale spaccapalle del mio blog. Ma di fronte a versi immortali come: "e triste rimpiangi il suo petto villoso, ma ti resta di lui solo una pagnotta" comprenderete tutti che siffatto genio non poteva essere lasciato passare sotto silenzio. Bando alle ciance, ecco il capolavoro il cui titolo è: "BACIAMI ROSETTA". ------ Sei morbida e dorata leggera e fragrante ogni tua imperfezione ti rende ancora più eccitante ti guardo mentre dormi non respiri neanche sembra quanto vorrei abbracciarti stringendoti tra le mie membra sentire il tuo calore freddo su di me baciami Rosetta sono pazzo di te sei bella come il sole mi eccita il tuo odore tu sei l'equivalente umano della parola amore io non riesco a pensare alla mia vita senza te sarei come un inglese a cui avessero tolto il tè sentire il tuo calore freddo su di me baciami Rosetta! sono pazzo di te baciami Rosetta baciami si rosetta è una pagnotta e la amo sai perché prova tu a star con un uomo che ogni notte alle 3 se na ve per impastare il pane ed intanto tu rimani sola il tempo fuori è uggioso e triste rimpiangi il suo petto villoso ma ti resta di lui solo una pagnotta così tenera e dolce pura ispida e dorata così calda e sensuale che sembra appena sfornata io la bacio mentre aspetto che il mio amore torni TI AMO! mario! non vedo l'ora che tu inforni non vedo l'ora che tu torni con un'altra rosetta per me Johann Sebastian, cantata n. 54, aria, Andreas SchollLa voce perfetta di Scholl vibra nelle mie cuffiette, e la sua interpretazione da contralto barocco geniale e senza difetti surclassa tutte quelle che avevo ascoltato finora. Questa (Widerstehe doch der suende) delle cantate Bachiane è la mia preferita, dal momento che l'ascoltai, tanti anni fa, cantata da un controtenore barocco di nome Russell e di cognome Oberlin che l'interpretava rigido come una scopa e accompagnato da Glenn Gould al pianoforte (rigorosamente chiuso) e alla direzione di un'orchestra canadese. A mio avviso, il tema della cantata è il più straordinario e commovente dei tanti meravigliosi temi di Johann Sebastian.
Ma mentre la voce di Scholl vibra, e il mio colon si piega in più parti per manifestare il suo disappunto alla quantità di stress cui mi sto sottoponendo, facendo piegare me in due dal dolore, comme d'habitude è il giusto momento per una veloce riflessione... Tanti anni fa studiavo musica, e pian piano tirai fuori da quello strumento dei suoni e non più dei rumori, delle note e non degli ululati di un gatto scorticato da vivo... Fino a quel momento mia madre mi aveva spedito in cantina, risalii solo quando quegli ululati erano finiti. Uno strano rapporto con quell'affarino di legno: prima era cinese, poi veneziano vecchio di centosessant'anni, ora è un ventenne rumeno che grida la sua giovinezza senza curarsi troppo della rotondità dei propri suoni, quella arriverà. L'abitudine ai piccoli movimenti m'era sconosciuta fino a quel periodo, così come il controllo della buona posizione del corpo, l'equilibrio tra muscoli e testa. E poi arivò l'ascolto di quello che usciva dalla piccola cassa di acero, arrivò incredibilmente lo spostamento delle dita sulla tastiera nera e muta, spostamento incredibile perchè avveniva senza il controllo della ragione, troppo lenta ed inadeguata per passare al vaglio quei movimenti, ma sulla base di qualcosa che non c'era prima, la mano sinistra e il braccio destro rispondevano a qualcos'altro, indicibile. E quindi arrivò anche Johann Sebastian, almeno nei suoi pezzi meno tosti, il concerto in la, quello in re per due, qualche sonata e addirittura qualche piccolo frammento della seconda partita. E poi, poi smisi... Fisica batteva musica, dieci a uno: la prima doveva essere il mio mestiere, la seconda no, quindi la prima esigeva e la seconda si adeguava, che peccato. Avevo iniziato troppo tardi, non c'era speranza di invertire quell'ordine. E in più la musica non tollera le assenze, se si smette si involve, immediatamente, e per evolvere la quantità d'ore necessaria era insostenibile. Ogni tanto ci torno su, ma fa male prendere atto ogni volta dell'involuzione, e recuperare diventa sempre più lungo... Oggi ho anche una viola canadese, che mi fa compagnia (è meno esigente del fratellino rumeno) nei momenti di sconforto. Ma c'è un'altra cosa, un'ultima alla quale non ho mai dato una risposta finale, tante piccole ma mai una sola: perchè far ascoltare la mia musica agli altri? E perchè non farlo e tenerla per me? E perchè oggi la mia musica abituale è la voce, la voce che uso per raccontare di fisica, attività molto più faticosa e meno soddisfacente: non consente sottintesi, lascia poche interpretazioni, a chi parla come a chi ascolta, non emoziona che me e in pochi momenti. Che peccato, davvero, aver capito tardi e dover frequentare Johann Sebastian solo da lontano o non da abbastanza vicino, quando penso che saremmo andati davvero d'accordo. Glenn che cantaMi pare fosse l'estate del 1990, RaiTre proponeva tutti i pomeriggi un programma su Glenn Gould, il geniale pianista canadese che ha cambiato il modo di suonare e ascoltare l'opera pianistica di Bach. Ricordo che non persi una puntata: mi sono rimaste molto impresse le interpretazioni del concerto in Re minore di Johann Sebastian per clavicembalo, archi e basso continuo, che Glenn suonava sostituendo ovviamente al clavicembalo il piano, come poi faranno Maria Joao Pires, Andras Schiff e Murray Perahia. E poi il quinto brandeburghese, il secondo movimento del concerto per piano numero cinque e le 32 variazioni in do minore di Beethoven, meravigliose, che il matto canadese affogava nel pedale e che concludeva agitando le braccia in aria come uno straordinario direttore d'orchestra, anche se d'orchestra non c'era ovviamente l'ombra: solo lui, la sua sedietta bassa dalla quale si appendeva al piano e sulla quale si muoveva in circolo mentre cantava la musica che stava suonando.
Da quell'anno e per un po' comprai parecchio Gould in CD, ora sto ascoltando una vecchia registrazione della partita n. 4 in re maggiore per piano solo di Bach dove, come si notava anche nelle registrazioni televisive, Glenn canta molto nettamente la musica che sta producendo al piano. La storia di Gould è davvero quella di un personaggio congenitamente border-line. Bambino prodigio, tecnica eccezionale, assoluta originalità nell'adattare il piano ai pezzi scritti per clavicembalo (chiudeva lo strumento quando accompagnava l'orchestra!), memoria musicale terrificante: leggeva una volta il pezzo e poi lo suonava (per sempre) senza più bisogno della partitura. Vita affettiva surreale e in gran parte trascorsa nella solitudine, Glenn si ritirò improvvisamente da qualsiasi esibizione pubblica e si limitò a incidere; inoltre era affetto da mille manie che col tempo diventarono vere e proprie ossessioni maniacali: nei numeri e simboli, nelle targhe delle macchine, nelle date di nascita, Gould vedeva il rincorrersi di messaggi occulti e misteriosi a lui diretti. Ho sempre pensato che questo fosse il lato malato di quella sua medaglia che aveva come lato buono la straordinaria passione e conoscenza del rigore e della precisione dell'opera bachiana. Consumava grosse dosi di farmaci con cui combinava non di rado parecchi pasticci.
Restano comunque le sue incisioni geniali, ancora oggi molto dibattute e controverse: per non pochi musicisti e alcuni critici il Bach di Gould resta inascoltabile. Di certo è stato uno di quegli artisti che comunque, volenti o nolenti gli altri, hanno segnato una svolta. Continuo ad ascoltare il suo canto surreale in cuffia e a rimuginare il suo Bach... ![]() |