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Bakis in Le Cinque

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Utente: Eteriele
"Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli e non riannodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate. [...] Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si travisa o si brandisce adesso: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre un altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più..." (Javier Marias, Il tuo volto domani)

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sabato, 28 novembre 2009

Le Cinque

Con la capacità di lettura che segna lo stato mentale ormai cronico che m'appartiene (quattro righe/die la notte prima di addormentarmi, rilette tre volte e dimenticate la mattina successiva) sto cercando di  consumare un libercolo divulgativo dal pomposo titolo: "le cinque equazioni che hanno cambiato il mondo". L'autore è tale Michael Guillen, fisico divulgatore americano (forse un po' troppo divulgatore e un po' troppo poco fisico, ma  è solo questione di gusti). Ho attaccato da quella (equazione) di cui mi capita di discutere più spesso, anche se "discutere" non è il termine più corretto. E' la seconda legge della termodinamica, il perno su cui ruotano quasi tutte le lezioni che faccio ogni anno ai miei cinquanta studenti e principale e inesauribile sorgente di cazzate agli esami. A onor del vero - per quanto il mio studente quadratico medio abbia difficoltà a fare 1 diviso 0.5 e si caghi sportivamente nelle mutande quando un segno di integrale appare al suo terrificante orizzonte - il principio entropico è una legge tosta: si può enunciarla in modo quasi semplice, ma spiegarne il significato profondo non è semplice per nulla. Tuttavia Guillen la introduce così: il capitolo inizia con la descrizione della morte, durante il parto, della moglie di Clausius, uno dei due fisici che enunciarono il secondo principio. Guillen era evidentemente presente e capì che mentre Frau Clausius se ne andava al creatore, nella zucca del disperato marito scoccava la scintilla della scoperta della legge: la colpa di tutto era di quella zoccola dell'entropia.
Quindi ora la suspense mi stringe lo stomaco: cosa avrà usato Guillen per introdurre gli altri capitoli (gravitazione universale, induzione elettromagnetica, E=mc2 e equazione di Bernoulli)? Già tremo.
Anche se con i miei ritmi di lettura attuali ci arriverò probabilmente nel 2015.
postato da: Eteriele alle ore 01:18 | link | commenti (1) | commenti (1)(pop-up)
argomento: libri
domenica, 21 gennaio 2007

Murakami o Haruki: smettila

La preferita e latitante tra le bloggers mi ha segnalato un libro di Haruki Murakami (ma ancora non ho capito quale sia il nome e quale il cognome: nei diversi titoli l'ordine è cambiato col tempo). La ragazza dello sputnik. Devo ammetterlo per l'ennesima volta: il successo dell'autore giapponese per me resta un mistero. Almeno: resta un mistero che lo pubblichi Einaudi... Perchè:
a) Murakami scrive sempre lo stesso libro (come quasi tutti, ma lui davvero senza variazioni: amore ragazzo-ragazza di difficile gestione, io narrante sempre alla prima persona singolare maschile e sempre personaggio in formazione sessuo-psico-esistenziale, problemi sessuali - quasi sempre assenza totale di libido - come specchio primario della psicologia dei personaggi, inevitabile scomparsa finale della protagonista femminile, qualche incursione nel fantastico/onirico amministrata malino e amalgamata a cazzo nella narrazione);
b) a tratti sembra un testo banale e didattico per bambini scemi: dialoghi che vorrebbero strappare sorrisi di tenerezza (magari funzionano, ma non molto con me...), sempre le stesse citazioni dei medesimi riferimenti letterari americani, specificazioni assai inutili e didascaliche delle musiche che fanno da sottofondo alla storia (a me La Schwarzkopf piace anche, ma infilata così nel racconto, come tanti altri riferimenti, fa francamente cagare).
Tagliategli le mani o, se proprio non si può, levategli almeno la penna, grazie.
postato da: Eteriele alle ore 02:00 | link | commenti (7) | commenti (7)(pop-up)
argomento: libri, ad metalla
lunedì, 31 luglio 2006

La storia di mia moglie

Era l'inizio di agosto, l'impressionante agosto 2003, saggio omaggio neppure troppo breve di ciò che ci aspetta all'inferno. Il tre si concludeva la conferenza internazionale di magnetismo, quell'anno ospitata a Roma e tenuta al palazzo dei congressi dell'eur, a cui avevo partecipato.
M. mi raggiunse un paio di giorni dopo l'inizio della conferenza, e fu una pessima idea: proprio Roma, la meta del nostro primo piccolo viaggio insieme, quattro anni prima, vedeva segnare la distanza ormai abissale tra noi e l'ipocrita doppiezza di M..
La mattina del tre, alle undici, la temperatura sfiorava i quaranta e l'inquinamento dell'aria del centro capitolino era da incubo. Disperati, ci infilamo alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, ben condizionata, e ci separammo subito, io cercavo sollievo al reparto narrativa, lei delirava in quello informatico (aveva deciso di occuparsi di elaborazione digitale di immagini e cercava un testo su photoshop...).
Presi in mano diversi libri, e li rimisi tutti rapidamente negli scaffali d'origine. Finchè fui attratto da un adelphi in edizione non economica, fresco di stampa, in bella evidenza su un tavolo da esposizione. "La storia di mia moglie", prima opera tradotta in italiano dell'ungherese Milan Fust. Lo aprii e cominciai a leggere. Mi prese in fretta: feci silenziosa marcia indietro fino a trovare con i polpacci un divanetto, mi sedetti e mentre M. continuava il suo delirio al piano di sopra, consumai veloce le prima trenta pagine del romanzo. Quel che mi ci vuole, pensai: leggero, brillante, ironico. Non ebbi dubbi e lo comprai.
La lettura del libro continuò, furiosa e compulsiva, nelle settimane successive, per concludersi durante il bel viaggio pirenaico di cui in un post recente...
Era una storia d'amore, bella e straziante, raccontata in prima persona dal suo protagonista. La storia di un uomo che ama sua moglie, disperatamente, e che è convinto di non essere amato da lei, che si persuade  del fatto che lei lo tradisca con altri uomini. E' la storia di due esseri umani che si amano molto, ma non sanno perchè. E non riescono a parlarsi, ognuno vive in una dimensione propria a cui l'altro non ha accesso, ma che l'altro osserva e non capisce, impazzendo dal dolore.
Più andavo avanti, più trovavo corrispondenza tra quel che leggevo e quel che accadeva - in quei giorni - a me ed alla mia vita, e non smisi affatto la lettura, anzi... Come avevo fatto a beccarlo tra tanti? E come avevo fatto a crederlo leggero e ironico?
James Hillmann ha scritto - ed io mi ci ritrovo in pieno - che non siamo noi a scegliere, mai, nulla: è il nostro Io che lo fa, anche a nostra insaputa. Il mio in quel caso aveva capito bene com'era il libro, e come sarebbe andato a finire, e fu lui a guidare il mio bancomat allo striscio, soddisfatto. (Una mia ex amica convintamente depressa e vittimista militante sostiene che "l'Io ci fotte sempre", anche se nel suo caso credo che l'Io abbia da tempo dato forfait e si stia godendo una pensione da favola in un'isola tropicale, dove si gratta l'ombelico all'ombra di un palmizio: lei era davvero troppo anche per lui.)
Ora l'unico dubbio che mi resta è dove diavolo sia finito il libro in questione: il mio Io deve averlo prestato senza che io me ne accorgessi. Se almeno sapessi a chi, forse non lo recupererei comunque, ma almeno potrei riflettere sulla situazione personale di colui che l'Io ha scelto per il prestito.
(Tra parentesi: è un libro molto bello e ottimamente scritto.)
postato da: Eteriele alle ore 00:38 | link | commenti (1) | commenti (1)(pop-up)
argomento: libri