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Utente: Eteriele
"Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli e non riannodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate. [...] Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si travisa o si brandisce adesso: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre un altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più..." (Javier Marias, Il tuo volto domani)

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sabato, 06 dicembre 2008

Nera Schiena del Tempo

E come questa rappresentazione

- un edificio senza fondamenta -

così l’immenso globo della terra,

con le sue torri ammantate di nubi,

le sue ricche magioni, i sacri templi

e tutto quello che vi si contiene

è destinato al suo dissolvimento;

e al pari di quell’incorporea scena

che abbiam visto dissolversi poc’anzi,

non lascerà di sé nessuna traccia.

Siamo fatti anche noi della materia

di cui son fatti i sogni;

e nello spazio e nel tempo d’un sogno

è racchiusa la nostra breve vita.


W. Shakespeare, La Tempesta, atto IV, scena prima

 



Non so perchè io ci pensi sempre più spesso, probabilmente il tempo che scorre mi costringe a pensare a lui. Si tratta della fine che può arrivare sempre, della semplice brevità della morte e di come cancelli in un istante tutto ciò che è stato: la lunga crescita, l'evoluzione, la comprensione di sè, delle persone e delle cose, che nella maggioranza dei casi non si è mai neppure lontanamente intravista, o pure ha solo fatto capolino dietro una breve fessura dell'esistenza, uno spiffero di chiarezza che quasi sempre si spegne prima che la forma vera sia solo brevemente comprensibile.
Non so perchè ci pensi, ma prima incrociavo le persone, guardavo i visi, soprattutto quelli degli sconosciuti, e mi chiedevo cosa portassero con sè, che cosa contenesse la loro memoria, su cosa si basassero le loro ripulse e gli entusiasmi, quali fossero le sconfitte patite e le vittorie ottenute. E, soprattutto per le donne i cui visi mi catturavano e catturano, come facessero l'amore e cosa intravedessero in quel momento.
Non che abbia smesso di chiedermelo, ma la frustrazione per l'inaccessibilità dell'infinito e complesso mistero che ognuno porta con sè - che sia uno sconosciuto o un conosciuto il suo mistero non cambia che di colore e intensità - quella frustrazione cede ogni giorno il passo, per un millimetro di più, ad una scivolosa rassegnazione. La rassegnazione non è per il fatto che non potrò mai sapere davvero nulla, e quel pochissimo che saprò probabilmente non lo capirò, neppure se si tratta di me stesso. No, è più sottile, pervasiva, compatta: anche se potessi sapere degli altri quello che si nasconde dietro i loro visi, e gli occhi e le bocche, il modo di camminare, di muovere le mani, di guardare o di non guardare, se potessi leggere nelle persone che incrocio, incrocio che pure nella maggioranza dei casi si verificherà per quella sola volta nella vita, tutto questo sarebbe comunque perso per sempre quando non sarò più.
Quindi anche quello che faccio, e come decido di farlo, le persone che amerò, quelle che respingerò, tutto sarà stato vano, resterà solo una traccia mutevole nella memoria di pochi, per poi scomparire presto con loro. Quando fiancheggio un cimitero mi chiedo cosa resti di tutti quelli le cui spoglie ora temporaneamente vi risiedono, e mi scopro a dirmi che nulla, non resta che quel nome sulla lapide, due date e poi, dopo un po', neppure quello.
Questa storia si ripete all'infinito, da quando un uomo ha capito che il suo destino e quello di tutti gli altri è la non esistenza: è questo che più mi fa pensare e mi convince che ci si dovrebbe rifiutare di generare altri esseri umani, per non doverli far lottare con questa insopportabile angoscia, la prospettiva del nulla, senza poter trovare nessuna risposta che non siano le condizionate e indimostrabili promesse di una qualsiasi religione. E quest'inevitabile prospettiva, che non so perchè ogni giorno mi sembra più reale, vicina, possibile, scolora senza pietà tutto quello che faccio e vedo fare. Alla fine del gioco sarà una lapide e poi neppure più quella.
postato da: Eteriele alle ore 01:21 | link | commenti | commenti (pop-up)
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