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![]() Nera Schiena del Tempo
E come questa rappresentazione - un edificio senza fondamenta - così l’immenso globo della terra, con le sue torri ammantate di nubi, le sue ricche magioni, i sacri templi e tutto quello che vi si contiene è destinato al suo dissolvimento; e al pari di quell’incorporea scena che abbiam visto dissolversi poc’anzi, non lascerà di sé nessuna traccia. Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.
W. Shakespeare, La Tempesta, atto IV, scena prima
Non so perchè io ci pensi sempre più spesso, probabilmente il tempo che scorre mi costringe a pensare a lui. Si tratta della fine che può arrivare sempre, della semplice brevità della morte e di come cancelli in un istante tutto ciò che è stato: la lunga crescita, l'evoluzione, la comprensione di sè, delle persone e delle cose, che nella maggioranza dei casi non si è mai neppure lontanamente intravista, o pure ha solo fatto capolino dietro una breve fessura dell'esistenza, uno spiffero di chiarezza che quasi sempre si spegne prima che la forma vera sia solo brevemente comprensibile.
Non so perchè ci pensi, ma prima incrociavo le persone, guardavo i visi, soprattutto quelli degli sconosciuti, e mi chiedevo cosa portassero con sè, che cosa contenesse la loro memoria, su cosa si basassero le loro ripulse e gli entusiasmi, quali fossero le sconfitte patite e le vittorie ottenute. E, soprattutto per le donne i cui visi mi catturavano e catturano, come facessero l'amore e cosa intravedessero in quel momento. Non che abbia smesso di chiedermelo, ma la frustrazione per l'inaccessibilità dell'infinito e complesso mistero che ognuno porta con sè - che sia uno sconosciuto o un conosciuto il suo mistero non cambia che di colore e intensità - quella frustrazione cede ogni giorno il passo, per un millimetro di più, ad una scivolosa rassegnazione. La rassegnazione non è per il fatto che non potrò mai sapere davvero nulla, e quel pochissimo che saprò probabilmente non lo capirò, neppure se si tratta di me stesso. No, è più sottile, pervasiva, compatta: anche se potessi sapere degli altri quello che si nasconde dietro i loro visi, e gli occhi e le bocche, il modo di camminare, di muovere le mani, di guardare o di non guardare, se potessi leggere nelle persone che incrocio, incrocio che pure nella maggioranza dei casi si verificherà per quella sola volta nella vita, tutto questo sarebbe comunque perso per sempre quando non sarò più. Quindi anche quello che faccio, e come decido di farlo, le persone che amerò, quelle che respingerò, tutto sarà stato vano, resterà solo una traccia mutevole nella memoria di pochi, per poi scomparire presto con loro. Quando fiancheggio un cimitero mi chiedo cosa resti di tutti quelli le cui spoglie ora temporaneamente vi risiedono, e mi scopro a dirmi che nulla, non resta che quel nome sulla lapide, due date e poi, dopo un po', neppure quello. Questa storia si ripete all'infinito, da quando un uomo ha capito che il suo destino e quello di tutti gli altri è la non esistenza: è questo che più mi fa pensare e mi convince che ci si dovrebbe rifiutare di generare altri esseri umani, per non doverli far lottare con questa insopportabile angoscia, la prospettiva del nulla, senza poter trovare nessuna risposta che non siano le condizionate e indimostrabili promesse di una qualsiasi religione. E quest'inevitabile prospettiva, che non so perchè ogni giorno mi sembra più reale, vicina, possibile, scolora senza pietà tutto quello che faccio e vedo fare. Alla fine del gioco sarà una lapide e poi neppure più quella. |