|
|
![]() FrancobolliOra mi è definitivamente chiaro: non ho capito i segni evidenti di un grande amore. Avrei dovuto non dico assecondarlo, ma almeno farmi ordinatamente da parte. L'amore, quello vero, funziona così: non c'è storia e neppure ci sono cazzi.
Non c'entra il tempo, non gli impegni presi, le parole pronunciate, i baci spesi, gli amplessi consumati, i viaggi più o meno condivisi. L'amore, quello vero, spazza tutto, non ha pietà e neppure riguardo. Da qualche settimana su facebook sono comparse delle immagini, formato francobollo, in cui Madame appare accanto all'amore della sua vita - quello vero, quello per cui ha sfracellato e mentito, nel tempo che fu - ora padre del suo pargolo (o pargola). E poi - condensato in un paio di pixel - c'è pure il pargolo/a. No, era destino. Era scritto che andasse così. Dietro ogni grande traguardo - come la nascita di un nuovo essere umano - ci sono sacrifici, sconfitte, batoste. In questo caso particolare - ma è un caso - di qualcun altro, ma il fato è il fato e quando va così, non c'è storia e non ci sono cazzi. E poi c'era la France, l'immortale, charmant exagone e la sua indubbia forza attrattiva, più la capacità repulsiva del sottoscritto e del paese di residenza, infine la schiacciante insopportabilità delle scelte fatte insieme. Ho una timida eco, ma ormai è lontana e quasi inintellegibile, che mi sussurra di un rapporto solo platonico e pronuncia stanche e incerte promesse d'amore. Ora ci sono quei pixel, quei pochi pixel, dove compare un pupetto (o pupetta) scaturito da quella platonica relazione, prova vivente - ma davvero vivente e respirante e piangente - che si può dire qualsiasi cosa e fare l'esatto contrario. Le mie fantasie, e speranze e fiducie non valevano un soldo bucato: le destin est le destin, come i francobollini di facebook mi ricordano, ho veduto la potenza dell'amore dispiegarsi e agire. Non c'è storia e neppure ci sono cazzi. PS: ...e se invece si fosse trattato di uno dei tanti scherzi di quel figlio di zoccola del caso? Un paese mummificato nel peggioMentre il quarantasettenne nero progressista Barack Obama diventa presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton suo ministro degli esteri, a casa nostra la mummietta nana, asina, liftata e con la fedina penale lunga come un Rotolone Regina che fa il primo ministro dichiara: "l'Italia è il Paese che amo", "siamo quelli del '94", "i comunisti sono sempre gli stessi", "le nostre idee non hanno bisogno di cambiare". E' dura dirlo, ma è vero: per molti aspetti ha ragione. Siamo quelli del '94, ma anche dell''84 quando elegemmo Craxi, degli anni settanta con andreotti e Cossiga, dei sessanta con Fanfani, dei '50 con Scelba e Tambroni. Ed è vero che le idee (diciamo così...) della mummia e della sua banda di zozzoni non hanno bisogno di cambiare: gliele ha scritte Gelli negli anni settanta e sono attualissime, mai passate di moda, e nel solco di una ventennale tradizione (1921-1943).
Intanto gli avversari si suicidano in preda a convulsioni di ogni genere, tra miserabili lotte intestine per amministrare il nulla che è loro rimasto e riesumazioni sinistre come quella del povero Zavoli, che manco Dracula sotto trip avrebbe avuto il coraggio di proporre. Alla faccia del partito nuovo: va a picco per la presidenza della commissione parlamentare di vigilanza ma non spende una parola sulla vicenda di Eluana Englaro e sui relativi deliri di Ruini, Bagnasco e compagnia. Ok, è chiaro: siamo una nazione istericamente e prepotentemente votata al declino, dove tutti - ma proprio tutti - lavorano indefessamente per questa raggiungibilissima, o forse già raggiunta, meta. Avanti: basta poco e ce l'abbiamo fatta: W la libertà e abbasso i comunisti, rovina della nazione! PS: Comunque in tutte le cose c'è un lato comico: il titolo di Repubblica "Addio a Forza Italia, ora c'è il PdL" non l'avrebbero pensato manco quelli di Cuore... Clic!Ho un programma bellicoso di riletture cinematografiche da fare in fretta, e il mio mulo è già al lavoro e scarica paziente ciò che gli chiedo. Gli indimenticati "L'uomo che amava le donne" del grandissimo François, "L'ospite d'inverno" di Alan Rickman, "Exotika" di Atom Egoyan, e colgo il momento per scaricare anche il resto del regista canadese che non ho ancora visto: "Il dolce domani", "false verità", "Ararat: il monte dell'arca" - che dev'essere un po' diverso - e "il viaggio di Felicia". Alla faccia dei calcoli che dovrei fare, delle lezioni che dovrei preparare, delle arretratissime analisi dati che dovrei inviare...
postato da: Eteriele
alle ore 01:18 | link
| commenti | commenti (pop-up)
argomento: viaggi, film, sogni, dubbi, ad maiora melioraque, purtroppo rimembro ancor Un viaggio aereo lungo quasi un decennioA partire dal costosissimo decollo dal cazzo di aeroporto di Girona - odio Ryanair - e fino a quando una hostess dall'angelico sorriso e dal tono agnellato da Ss in gita premio non mi ha intimato di levare cuffie e i-pod, hanno accompagnato il mio viaggio Shostakovich e Prokofiev. Ma dopo che lo scomodissimo aeroplano ha lasciato quasi perpendicolarmente la linea della Costa Brava, complice la giornata tersissima, in poco meno di un'ora ho rivissuto tutti gli ultimi nove anni di allers/retours dalla Francia.
I Pirenei innevati erano sulla sinistra e poi poco dietro di noi, e lontano s'intravedevano già le cime alpine, più quella caccola dal biancore appena appena accennato che solo nei fumi dell'onanistica grandeur quei megalomani frustrati dei francesi potevano chiamare "grande massiccio centrale". Enorme davvero: forse persino il Terminillo gli fa il culo. Insomma: il 737 dei fratelli irlandesi e pederasti ha costeggiato la costa della lingua d'oca, e ho riconosciuto quasi tutto: Narbonne, Montpellier, Arles, Nimes, Marsiglia e il suo stagno, infine Tolone e il suo porto, che se Dio esistesse dovrebbe inghiottire senza colpo ferire e con un bel rutto liberatorio finale. Poi ha attaccato la costa su Nizza, quindi ha passato le alpi marittime per iniziare la discesa verso le leghiste valli. E mentre osservavo dall'alto ogni città, pensavo alle infinite volte che ho percorso quel tragitto, in tutte le stagioni possibili e con ogni mezzo, a parte il dorso d'asino. E ho ricordato. Ho ricordato il primo mobile di questa storia, e poi mio padre che veniva a trovarmi a Toulouse, e poi la sorellina e il suo amore, e poi il fratellino, e poi la Camargue, la meravigliosa Camargue, quella d'estate e quella d'inverno, quell'inverno così freddo che gli uccelli passeggiavano sulle lastre di giaccio che galleggiavano sugli stagni gelati. E poi Avignone e il palazzo dei papi, e le mura, e una crepe in una piazza torrida e poi una sosta con la saloppe piangente e fuori come un melone, e poi Aix, e l'arena di Arles, e poi la tappa nella solitudine disperata della notte di Montpellier, e poi le soste a Lione, e i successivi tragitti tra le valli alpine gelate alla volta di Torino, e le notti a Nice quando andavo a Genova per le surreali riunioni organizzative in cui di quel che si organizzava non è rimasto quasi nulla. E mentre il jet dei fratelli irlandesi e pederasti costeggiava la linea della terra francese, restando a molte decine di chilometri dalla costa, mi chiedevo quanto tempo fosse passato, e valutavo quanto tutto sia cambiato da allora, dal primo viaggio solitario nel pandino ripulito e messo a posto per l'occasione, da quell'emozione dello sbarco, che è ancora vivissima come se fosse capitata ieri, e il primo mobile che m'aspettava a toulouse, e io che credevo di aver finalmente trovato la parte più profonda e spaventata e felice di me. E' stato un viaggio di un'ora, lungo dieci anni di vita. Mi sono detto: oggi concludo qualcosa. Infatti, arrivato a Genova, ho provveduto a concludere sì, e in bellezza: ho perso il più che decennale portafoglio, con le carte di credito, i soldi, la patente che aveva appena compiuto ventun'anni e dove c'era una foto in bianco e nero di un ragazzo impedito, timido e brufoloso. Che giornata. postato da: Eteriele
alle ore 22:57 | link
| commenti | commenti (pop-up)
argomento: purtroppo rimembro ancor About Mr. President ObamaOra che la sbornia elettorale è passata, ora che si è un po' attenuata l'onda emozionale per il fatto che il nero Obama è diventato l'uomo più potente del mondo, provo a scrivere un paio di considerazioni che rimugino da un po'.
Ieri, in treno, osservavo una foto su "Internazionale" di questa settimana, in cui Obama, durante un momento della lunga campagna elettorale, si sofferma a parlare con un paio di suoi sostenitori in un ristorante. L'impressione è quella che ho avuto più volte in questi mesi: un giovane uomo borghese, elegante, dall'aria pacata, che chiacchiera amabilmente con due persone, immagino, a proposito di quello che vorrebbe fare se fosse eletto. Ora che pure quel se è stato spazzato via dalla certezza dell'elezione, resta quell'immagine, gradevole, di una pacatezza aperta all'ascolto. Cioè l'esatto contrario dell'autorefenzialità ideologicamente violenta e imperniata su quel misto di arrogante goffaggine e infinita ignoranza che abbiamo osservato nei lunghissimi otto anni dell'osceno predecessore di Obama. Kant, in passato, si pose una questione interessante: l'essere umano è in grado di progredire (moralmente e collettivamente)? La risposta che si diede, alla fine, era positiva e usava come punto di forza l'avvenuta rivoluzione dell'età dei lumi col suo successivo sbocco nella rivoluzione francese vera e propria.
Ora, esistono momenti in cui la storia mostra che gli esseri umani cercano di trovare delle risposte di speranza, di apertura e di fiducia nel futuro. E queste risposte arrivano spesso attraverso strappi. Dall'elezione di un presidente americano, io credo, non ci si può aspettare una rivoluzione sociale, nè un mutamento radicale delle teorie economiche su cui il sistema - cioè la società - che quest'uomo dovrà governare è basato. Si tratterà di correzioni di rotta, che tutti speriamo pesanti, ma che forse è utopistico pensare radicali. Tuttavia l'elezione di Obama ha una forza simbolica evidente e fortissima, perchè mai - che io ricordi - negli ultimi decenni un momento abbastanza normale e atteso come questo era stato vissuto con tanta partecipazione e emozione. Obama rappresenta infatti - col colore della pelle, la storia personale e politica, tre cose che ha saputo splendidamente intrecciare per costruirsi di fronte a chi l'osservava, sostenitori e avversari - l'inattesa vittoria di un'idea in quest'epoca fosca e dominata da una destra violenta e intrisa d'intolleranza di stampo integralista, che vorrebbe usare come contrapposizione ad integralismi soltanto diversi dal proprio. E' l'idea del piccolo (cioè fuori dall'establishment) che diventa grande attraverso la disponibilità, l'ascolto, la capacità di parlare e convincere non la folla in quanto tale, ma una moltitudine di singoli che singolarmente decidono di sostenerlo, sottraendolo così almeno in parte alla necessità di dipendere dai finanziamenti di grosse lobbies che poi presenteranno l'inevitabile conto. E' un'idea chiara, e in fondo è molto semplicemente un'idea civile di democrazia moderna, ma è un'idea che in questi anni sembrava diventata così rara da risultare, ora, rivoluzionaria. E questo dà anche una buona misura di quanto la destra americana, col valente aiuto di tante altre destre di complemento - in prima fila quella, culturalmente sgangherata, italiana - abbia marciato nel tentativo di massacrare il principio (moderno e democratico) che un mondo che non piace può essere cambiato attraverso le parole, l'ascolto di quelle altrui, il ragionamento e il conseguente voto dei singoli; e non con gli slogan della paura, le guerre più o meno sante (ma sempre estremamente e silenziosamente remunerative) e la violenza che ne deriverà a lungo, che consentirà di cavalcarne di nuovo la paura in un circolo vizioso, osceno e senza fine. C'è un aspetto per cui a me la storia di Obama offre, dopo tanti anni, un motivo di speranza. La stessa che mi offrirono i discorsi di Gorbaciov quando la sua politica stava evidentemente preparando la caduta del muro di Berlino, altro momento che conferma la teoria Kantiana di cui sopra. E' il fatto che la vittoria di Barack è il più straordinario e pesante ceffone alla "base morale" della destra (mondiale) e pure di una parte non piccola delle tristemente disincantate sinistre occidentali, ivi compresa la nostra: quel cinismo totalizzante e sprezzante per cui la politica si fa solo per interesse (non importa se più o meno legittimo) personale, privato o di gruppi di privati, per amministrare alla bell'e meglio l'esistente, insieme all'affermazione che questa stessa politica non debba essere soggetta ad alcuna etica e ad alcun controllo che non siano quelli del brutale rapporto di forza. Salvo, per cercare di darsi una sorta di pseudo-ombrello etico, sposare i precetti di una chiesa che devono essere imposti a tutti e che, in quanto precetti derivanti da una fede, hanno un ampio margine di indiscutibilità, ma che non valgono per chi l'impone. La destra italiana, ad esempio, ha sposato persino più di altre questa pseudo-ideologia, di cui abbiamo più volte potuto e possiamo tuttora ascoltare gli arroganti e fanatici cantori. E' chiaro che, in un clima così congegnato, su ogni singolo da anni gravasse l'angosciante sensazone dell'inutilità - se non del rischio - del rivendicare il banale diritto democratico a che anche la propria voce, una singola voce, debba aver peso ed essere ascoltata. A chi pativa questa plumbea angoscia per la propria totale emarginazione dal circuito decisionale, Barack ha saputo dare una risposta tanto semplice quanto emozionante: sono qui e t'ascolto. In fondo anche Barack dà ragione a Kant, più di 200 anni dopo: talvolta lo strappo verso un'idea un po' meno brutta di noi stessi è possibile. Poi non è detto che Mr. President riesca a fare ciò che ha promesso, e forse neppure che lo possa fare, almeno completamente, e neppure che sia davvero convinto della fattibilità/opportunità di tutto quanto ha indicato come possibile. Ma questo non cambia l'effetto, che è stato così forte perchè si è dispiegato su una quantità di singoli che si sono sentiti personalmente coinvolti e meno su collettivi predeterminati come gruppi. E dimostra che le parole, le parole giuste e quelle importanti, hanno ancora la forza necessaria per tentare di cambiare un mondo che se pure ha perso sempre più la capacità e il tempo di ascoltarle, non ha perso il disperato bisogno di sentirle. |