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Utente: Eteriele
"Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli e non riannodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate. [...] Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si travisa o si brandisce adesso: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre un altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più..." (Javier Marias, Il tuo volto domani)

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lunedì, 27 ottobre 2008

Il brodo mnemonico

Da un certo punto in poi - diciamo dal giugno 2005 - ho deciso che le emozioni non facevano più per me.
Dopo esserne stato preda per gran parte della mia esistenza, all'ennesima montagna russa - in questo caso una rovinosa e inarrestabile discesa - sono giunto alla conclusione che era il caso di darsi una regolata.
Quindi, basta: piattume. Niente più sbalzi, niente più grandi empatie o viscerali antipatie. E niente più sbroccate: i baci con la pargola viziata e di bell'aspetto confermavano il fatto che non ero - non sono, non sarò - capace di scegliere seguendo un criterio sano. Era quindi ora di finirla: quando seppi che Madame aveva improvvisamente coronato il sogno professionale, a spese mie, la botta fu così dura che - durante un congresso inutile e orribile a Siena - arrivò l'irrevocata decisione di appiattirmi su un quieto vivere che non poteva prevedere alti più di tanto alti, e bassi più bassi di tanto.
Sennonchè un prezzo doveva essere pagato. Il mio era la memoria. Che nel mio caso ha sempre funzionato, e pure bene. Ma per una semplice ragione, del tutto comune: perchè era modulata dalle emozioni. Le quali, intense e generose, sceglievano e segnavano, nel bene e nel male.
Ma quando ho deciso di fermarle, di atterrarle, anestetizzandomi, su un piano emozionale, affettivo e persino erotico, anche le spinte alla memoria si sono fermate.
E ora - e da tanto, forse da troppo tempo - mi ritrovo in un piattume emozionale che è  infine brodo menemonico: le pietre miliari della mia esistenza erano legate, determinavano la mia capacità di registrare; ma dato che erano segnate, modulate dall'emozione, soppressa quest'ultima, anche la memorizzazione è finita nel massacro. Dal giugno 2005 è quasi tutto uguale, monocorde, monocromatico, emozionalmente asfittico. Il giorno prima è uguale al giorno dopo, ed entrambi sono la stessa cosa dell'oggi. Non posso dire di vivere male, ma è un vivere a metà. E' un campare senza sugo, è  invecchiare senza evolvere, è fossilizzazione comoda e anestetizzante.
Rivoglio le mie emozioni: la disperazione e la felicità, il desiderio feroce e la ripulsa nauseata, il sorriso emozionato e l'umor nero.
Il problema è che, allo stato attuale, non mi posso permettere niente di tutto ciò. Ed è inutile che me la prenda con Madame J o con la vacua tutor. Dovrei vedermela con me stesso. Ma per farlo avrei biosgno di mettere in conto un periodo di dolore e poi di lenta ripresa, che sarebbe forse affrontabile se non ci fossero, come ci sono, altre persone che sulla mia solidità devono fare conto.
Mi sono imprigionato con le mie stesse mani.
postato da: Eteriele alle ore 00:35 | link | commenti (3) | commenti (3)(pop-up)
argomento:
lunedì, 20 ottobre 2008

Vicky Cristina Barcelona

Non so perchè il sottoscritto sia andato a vedere l'ultimo film di Woody. Avevo giurato di non farlo più, eppure stavolta ci sono ricascato.
E ancora una volta non ci siamo. L'idea di base non è affatto originale: il conflitto tra l'amore passionale e romantico e quello più cerebrale e pianificante. Tra amore col cuore e amore con la testa, a voler molto semplificare.
Sotto traccia, che però nel caso di Woody non sottovaluto anche se resta sullo sfondo, c'è il tema della necessità, per chi fa arte, di aver accanto una musa ispiratrice. Lo schema del connubio inscindibile erotismo-creatività che mi lascia perplesso, almeno per come lo rappresenta Woody.
Personalmente ho trovato piuttosto irritanti gli scenari da cartolina da proloco spagnola, resi con gli abituali filtri flou e a colori caldi che Allen usa ormai da tempo, ivi comprese le inquadrature dell'architettura di Gaudì e delle ville di Oviedo. Javier Bardem - che sarà pure un sex symbol - non convince neppure un po' nell'interpretazione del pittore sregolato e fuco latino in servizio permanente effettivo. Ma anche qui, è un problema di regìa: lo stesso Bardem, diretto da Forman ne l'ultimo inquisitore, era decisamente meglio. Cristina e Vicky, Scarlett Johansonn e Rebecca Hall, scelte e vestite per rappresentare i due lati dell'erotismo femminile di cui sopra: la prima procace, vogliosa, capricciosa, la seconda controllata, a modino, sempre elegante. Anche qui lo schematismo, che trova la sua espressione estetica, è francamente eccessivo.
Quel che mi lascia un po' sconcertato - non potendo prescindere dal fatto che si tratta dell'ennesima opera senile di Woody - è quanto ormai il suo cinema si stia riducendo ad una macchiettistica proiezione dei suoi schemi erotici da iper-analizzato. Bardem che si avvicina al tavolo dove le due sconosciute turiste americane,  la controllata Vicky e la sex bomb Cristina, consumano la loro cena, propone una trasvolata à trois per trascorrere un week end di chiacchiere arte e sesso nella spagna leccata e pastellata di Allen, è francamente ridicolo. Sarà una fantasia erotica di Woody, mi chiedo, quella di avvicinare per interposto maschio due  freschissime, giovani donne nell'antitesi bruna/bionda, procace/piatta, controllata/umorale ? E perchè oramai usa solo attori/attrici superbelli/e (non parlo neppure del personaggio dell'ex-moglie nevrotica Maria Elena, interpretato da Penelope Cruz, che però almeno è simpatico) per creare personaggi che affrontano con superficialità e schematismo antichi temi esistenziali, cercando di far credere che il contatto primario non è stato stabilito per mera attrazione estetica? Il finale è di una banalità sconfortante: in fondo anche la saggia Vicky cerca l'amore passionale del coltissimo pittore/fuco che l'ha condotta a commuoversi di fronte ad una chitarra spagnola in una notte di plenilunio d'estate, e non di un marito che viene dipinto come un americano un po' scemo e che va per luoghi comuni (che lotta titanica). Ma alla fine giunge alla stessa conclusione dell'amica con le labbra a canotto: l'amore è imprevedibile, più è inappagato, più strugge, è casuale e insidioso. Ma va!
Gli unici momenti (quasi) gustosi del film sono quando, anche involontariamente, sprazzi di comicità fanno irruzione nella trama, confermando che Woody funziona soprattutto quando fa Woody e non quando cerca di fare Ingmar con un parterre di attori che andrebbe bene per una sfilata di moda.

Ciò detto, secondo me Rebecca Hall è bellissima. Ma non fino a valere il prezzo del biglietto.

http://images.broadwayworld.com/upload/28069/tn-500_hall_wm2137152569.jpg
postato da: Eteriele alle ore 13:43 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: film
domenica, 05 ottobre 2008

La catastrofe di Sant'Anna

Ho visto "miracolo a Sant'Anna".

Mi sono convinto di due cose:
a) chi ha accusato il film di revisionismo o non l'ha visto, o, se l'ha visto, aveva il cerebro collegato alla 380;
b) è il caso di promuovere un'urgente petizione popolare per impedire a Spike Lee di mettere, cinematograficamente parlando, piede fuori da Harlem.
postato da: Eteriele alle ore 01:16 | link | commenti (1) | commenti (1)(pop-up)
argomento: film, ad metalla