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"Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli e non riannodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate. [...] Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si travisa o si brandisce adesso: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre un altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più..." (Javier Marias, Il tuo volto domani)

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lunedì, 11 febbraio 2008

A proposito dei pezzetti perduti

L'ultimo post di Bakis mi fa tornare in mente, come prima cosa, una vecchia storiella che lessi quando ero studente universitario e desideravo tanto potermi occupare di reti neurali. La storiella era in realtà un piccolo saggio su mente e cervello: sintetizzava, riproponendole in bell'ordine, alcune ben note domande che negli anni gli studiosi d'intelligenza artificiale si sono posti. Domande, quasi tutte, tanto stimolanti quanto prive di risposta. Quella evocatami da Bakis può essere essenzialmente riassunta così: se pian piano, ad un cervello umano, riuscissimo a levare un neurone dopo l'altro, esisterebbe una soglia passata la quale il possessore del suddetto non sarebbe più lui? Domanda insidiosa perchè, pur mettendo da parte l'irrealizzabile gedankenexperiment tipico dell'intelligenza artificiale, per risponderle bisognerebbe intendersi (e non è possibile farlo in maniera univoca) su cosa significhi esser se stessi. Ma, e questa invece è nozione fisiologica, frutto di molteplice evidenza clinica, nasciamo con un numero di neuroni prefissato, e ogni giorno che passa della nostra esistenza quel numero potrà solo calare. Quei miliardi di piccoli pezzetti dalla struttura abbastanza semplice che uniti e cooperanti danno origine alla mostruosa complessità che è ciò che siamo, andranno a diminuire con costanza nel tempo: per l'età, ma anche per ogni grammo d'alcool ingerito, per certi farmaci, per i silenziosi piccoli traumi cerebrali e pure per quelli dell'esistenza. Così come, nel frattempo, i pezzetti modificheranno la propria struttura: espandendosi, allungandosi, intrecciandosi, molto spesso proprio per supplire all'assenza di quelli che, prossimi, sono scomparsi.
E mentre tutto questo mi torna in mente, provo a fare il parallelo tra i pezzetti esistenziali di Bak e i neuroni che se ne vanno, che si diradano inesorabili col tempo, che si affannano per recuperare le funzionalità perdute, per continuare a registrare informazioni e non perdere quelle già registrate, per imparare, per far evolvere, se è possibile, quell'interezza che costituiscono insieme e che si chiama persona. Ma questo processo di supplenza neurale continua, uno dei misteri più affascinanti della struttura cerebrale animale, questa tendenza da parte dei pezzetti vicini a farsi carico del compito che era agevolmente svolto da quelli che sono appena scomparsi, tutto questo richiede tempo e talvolta non darà che un frutto incompleto.
E' strano, mi dico, ma il parallelo infine calza: si perdono pezzetti e non si può far nulla per evitarlo eppure non si perde quasi nulla, perchè quello che resta tende a prenderne il posto, modificandosi. Talvolta anche bloccandosi, arenandosi, impatanandosi, fino ad uno sblocco che nella maggior parte dei casi non s'intravede e neppure si sa se mai arriverà. Il tempo, solo il tempo, alla fine, fa giustizia dei pezzetti scomparsi, rimette insieme e ricolloca, scombina e riordina, espelle e assorbe. Ci vuole pazienza, talvolta anche moltissima, ma alla fine credo che i pezzetti dell'esistenza più importanti non vadano mai davvero perduti, almeno non completamente, ma lentamente s'adattino per poi manifestarsi quando ciò sarà necessario, con l'aggiunta inevitabile, nel bene e nel male, di quello che è capitato nel frattempo.
postato da: Eteriele alle ore 11:09 | link | commenti (6) | commenti (6)(pop-up)
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