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"Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli e non riannodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate. [...] Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si travisa o si brandisce adesso: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre un altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più..." (Javier Marias, Il tuo volto domani)

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domenica, 29 aprile 2007

Das Leben der Anderen (Le vite degli altri)

Un uomo solo, un agente della Stasi, la polizia segreta della Germania orientale. Abituato a spiare, a registrare, a minacciare e far confessare. Gelido, meticoloso, puntuale. Si chiama Wiesler.
Nel 1984 gli viene affidato l'incarico di ascoltare e trascrivere la vita privata di Georg Dreyman, scrittore di teatro, poeta, fino ad allora fedele al regime. Il perchè dell'incarico è particolare: un ministro della DDR si è invaghito della moglie di Dreyman, e ha quindi disposto che la Stasi metta sotto controllo la vita privata della coppia per ottenere i favori di lei sotto la minaccia di una denuncia per attività contrarie al regime.
E' durante quest'attività di spionaggio che si fa strada nell'agente la sensazione, il sospetto - all'inizio - che quanto sta facendo è sbagliato, è ingiusto, è osceno. Poi, pian piano, il sospetto diventa certezza. Quando Dreynman, sulla spinta emotiva dovuta al suicidio di un amico, un registra teatrale al quale il regime ha proibito di lavorare, decide di scrivere un articolo per l'occidentale Der Spiegel a proposito del fatto che la DDR, dal 1977, non dà più nessuna notizia o statistica dei suicidi, in quel momento Wiesler, in silenzio e di propria iniziativa, decide non solo di falsare i rapporti che scrive e di quindi non svelare quanto lo scrittore va facendo, ma di arrivare a proteggerlo attraverso la distruzione delle prove a suo carico.

"Le vite degli altri" è un film bello, che forse  opera qualche semplificazione come il passaggio repentino dello scrittore dalla fase pro a quella contro il regime, ma che rifugge il buonismo pur nel raccontare una storia di bontà che si fa strada, è delicato e durissimo insieme. Descrive uno stato mostro, una società folle dove tutti sono spiati, spiabili, minacciati, ricattati o ricattabili. E descrive come un uomo, un piccolo uomo solo, che fino ad allora di quella macchina paurosa e mortifera è stato irreprensibile ingranaggio, combatta una piccola battaglia personale, con uno scopo tanto semplice quanto pericoloso: aiutare degli altri che sono finiti nell'ingranaggio senza averne nè colpa nè coscienza. Il mutamento interiore di quest'uomo, insieme alla storia ed alla ricostruzione - molto ben realizzate - del clima del periodo nella Germania orientale, è la cosa più riuscita del film. Resta il dubbio che questa presa di coscienza avvenga non per l'aberrazione dell'attività in sè, che fino a quel momento Wiesler ha svolto senza fallo, della violenza inaudita insita nel suo lavoro, ma per la sua personale ribellione interna contro le ragioni che questa volta motivano l'incarico ricevuto. Il film lascia aperto quest'interrogativo e in fondo la cosa non solo non guasta ma aggiunge un motivo di riflessione in più.
La storia raccontata è vera: regia e sceneggiatura di Florian Henckel von Donnersmarck non hanno inventato nulla. I protagonisti sono Ulrich Mühe, che recita la parte dell'agente della Stasi e che credo, in passato, sia stato attore nella DDR perseguitato dalla polizia politica, poi Sebastian Koch, Martina Gedeck, Ulrich Tukur. Tutti molto bravi, ma Mühe e la Gedeck decisamente sopra gli altri.
postato da: Eteriele alle ore 18:41 | link | commenti (4) | commenti (4)(pop-up)
argomento: film
domenica, 22 aprile 2007

Dedicato al proprietario di Meridiana. E a sua sorella.

Mercoledì riparto per la Francia. Dalla mia città a Parigi, volo diretto operato dalla compagnia dell'Aga Khan (si scriverà con o senza l'acca?), Meridiana. Ho congegnato tutto: partenza alle 11.45, arrivo al De Gaulle alle 13.30 circa, cambio di terminal, volo Air France per Toulouse delle 15.55, arrivo alle 17.15, quindi casetta.
Arrivo all'aeroporto della mia città e scopro che il volo meridiana ha un ritardo di soli cinquanta minuti. Bestemmia silenziosa verso un paio di santi minori, rapido calcolo mentale: ce la dovrei fare ugualmente. L'MD 82 arriva in aeroporto da Olbia alle 12.35, si svuota dei pochi passeggeri che poi fa risalire venti minuti dopo, senza che il sistema di assegnazione dei posti abbia però tenuto bloccata la loro posizione, per cui quando risalgono sull'aereo si scopre che ci sono almeno dieci persone con lo stesso numero di poltrona: casino, proteste, voci, le hostess sedano la piccola rivolta e intanto si accumula un altro po' di ritardo. L'aereo si stacca da terra alle 13.10 e annuncia due ore di volo: bestemmia silenziosa su Sant'Efisio: visto che questo è il preferito dai miei concittadini non ci sta male. Il jet atterra al Roissy alle 15.05, ma dato che devo cambiare compagnia e non c'è continuità tra i due voli, devo ritirare il bagaglio e reimbarcarlo. Ovviamente il mio valigione esce quasi per ultimo, e sono le 15.25. Devo cambiare terminal. Meridiana atterra al terminal dei low-cost (sporco, sgangherato e mal servito), lì non c'è la navetta che fa il giro dei terminal, ma devo andare a prenderla dopo passaggio di un tunnell e attraversamento pedonale. E dove cazzo è la navetta? C'era un piccolo bus che faceva il giro dei tre terminal dell'enorme scalo parigino, e di questo bus non c'è più traccia. Intravedo un cartello che indica un trenino interno. Dev'essere roba abbastanza recente, ma in quanto a segnaletica la Francia non brilla. Mi dirigo verso il trenino a naso, lo prendo e arrivo al terminal 2, mentre nella bestemmia mentale è finito gesù cristo e i dodici apostoli. Il quale terminal 2 però è diviso in sette sotto-terminal, dalla A alla F, collegati da plusieurs tapiri urlanti. Sul mio biglietto non c'è scritto in quale di questi io debba andare, ma mi aspetterei che all'uscita del nuovo e ganzo trenino interno che ha sostituito la navetta bus ci sia uno schermo che indichi tutte le partenze e il relativo sotto terminal: manco per il cazzo, si va alla cieca. La tiro a bussolotti, e scelgo il terminal 2D. Sono le 15.45 e ho il sospetto che su quell'aereo per Toulouse non salirò. Arrivo al 2D e una solerte signorina di Air France mi dice che devo andare al 2F. Inverto la direzione, percorro a passo forsennato quattro tapiri urlanti mentre ormai nella bestemmia che pronuncio a labbra serrate sono finiti gli altri due membri della santissima trinità. Arrivato al 2F, sono le 15.50, si sbellicano tutti dalle risa quando cerco di proporre un check-in. Vada in biglietteria e si faccia cambiare il biglietto. Vado in biglietteria, dove una vetusta baldracca tutta ossigenata e dalle unghie finte percuote con bizzarro suono una tastiera e mi comunica che il mio biglietto è "expiré", cioè lo posso usare a mo' di papier-cul, al secolo carta igienica. Se vuole però posso vendergliene un'altro, mi comunica questa incartapecorita zoccolaccia, alla modica cifra di eure 610. No aspetti, però - sorriso da peripato ben conosciuto e praticato -  se prende anche il ritorno possiamo arrivare a 320. Ahhhhh... non le dico dove può mettersi biglietto, equipaggio ed intero airbus. Ho finito i santi (e la vergine la lascio in pace per vecchia abitudine) ma ho il pc portatile con me, quindi decido di collegarmi con la rete wi-fi del più importante scalo di Francia per vedere se easyjet ha un biglietto non troppo costoso che da Orly mi porti a Toulouse. Procedo con la procedura di autentificazione, digito le cifre della carta di credito, trenta minuti per eure 12, grazie. Pagamento accettato, collegamento assente. Ridigito i codici di connessione quattro volte, e per quattro volte mi rimanda alla main page del portale dove mi chiede di pagare di nuovo. Passiamo a Maometto ed Allah, che si fottano pure loro. Che alternativa mi resta? Ma il treno, bien sur. Scendo alla gare TGV dell'aeroporto, vado alla biglietteria automatica, sono le 16.20. C'è un TGV Paris-Toulouse che parte alle 17.20 da Montparnasse. Ok, d'accordo. 83 eure belle belle grazie, ed ecco il biglietto. Ma ce la farò in metropolitana? Probabilmente no. Quindi taxi, per essere sicuro, anche le indicazioni per il parcheggio dei suddetti fanno cagare, faccio sei rampe di scale mobili, sono le 16.30. L'autista mi chiede dove voglio andare, e io dico a Montparnasse. A che ora ha il treno: alle 17.20. Sgrana gli occhi. Io: ce la facciamo? Lui: se non troviamo traffico. Il traffico infatti è orrendo. Arriviamo alla stazione alle 17.24. Il TGV è partito e l'autista mi sorride e mi dice: eccoci, siamo in orario perfetto, cinquantaquattro eure grazie. Me la prendo con brama, shiva e visnù.
Vado alla biglietteria per farmi rimborsare il biglietto: non si può, perchè il treno è già partito. Possono solo riconvertirlo. D'accordo: riconvertiamo. Però è strano, mi dice il bigliettaio, c'è una coincidenza a Bordeaux alle 21.45 ma il sistema si rifiuta di emettere il biglietto. Chiama a raccolta un collega, e iniziano a pestare sul pc, ma nulla da fare. Arriva una terza collega e bestemmiano tutti insieme, io solidale. Alla fine , dopo 25 minuti e una fila che dietro di me sta finendo di levigare le mazze da baseball, costringono il computer a sputare questo biglietto. Salgo sul TGV che mi porta a Bordeaux. E come scendo, sul tabellone non c'è traccia del treno per Toulouse delle 21.45. Mi avvicino alla bigliettaia: dall'aspetto dev'essere la nipote di quella della biglietteria Air France del De Gaulle che voleva vendermi il bigliettino a 600 bardani. Mi sorride: "non monsieur, il treno è stato soppresso per sciopero". A questo punto ci passa Budda, che si piglia un'accusa mentale di ricchioneria. "Però se vuole può dormire qui nella sala d'attesa", gorgheggia la bigliettaia. Senti brutta troiaccia, nella tua bellissima sala d'attesa ci dormi tu, sperando che prenda fuoco, insieme a tua zia dell'Air France, alla presidentessa delle ferrovie rancesi, al direttore dei trasporti interni del De Gaulle, al tassista e all'intero consiglio di amministrazione di meridiana. Vado in un albergo per ripartire col TGV delle 5.39. Arrivo a toulouse alle 7.40. Taxi per andare a riprendermi la macchina. Che fa un giro da demente, si ficca in autostrada, ci mette cinquanta minuti e trenta eure, s'il vous plait. Riprendo la mia macchina e arrivo a casa. Accendo il pc, ed ecco che m'arriva per e-mail il seguente messaggio "Benvenuto alla rete wi-fi dell'aeroporto di Parigi!":  Manitou era un pederasta. Di Forza Italia.
postato da: Eteriele alle ore 17:05 | link | commenti (4) | commenti (4)(pop-up)
argomento: viaggi, ad metalla
domenica, 15 aprile 2007

Ce nuit

In una strana aula che dà su una strada tedesca mi trovo con un gruppo di ragazzi, tedeschi anche loro: devo tenere una lezione di fisica. Il sogno è in gran parte in inglese, ogni tanto mi esce qualche espressione in francese. Tra i ragazzi c'è C. che cerca di tradurre da un testo greco un esercizio per riportarlo alla lavagna, ma poichè ha studiato soltanto latino non riesce. I ragazzi sono un po', e resistono. Non hanno voglia di seguire la lezione, e quando faccio presente che non è una scelta ma un dovere protestano vibratamente... Una studentessa mi dice: non mi piaci!
Ora: il perchè di questo sogno lo conosco. Ieri sera uscita con una ragazza a cui penso intensamente. Non capisco bene, ci sono delle cose che mi sfuggono, ma alla fine è lei che mi sfugge, che non so leggere bene. in quelle ore osservo mille cose, e mille sono pure i dubbi che si affollano, le domande, i ricordi. Non farti film, mi dico, ma i film scorrono, i pensieri rotolano e scivolano, il desiderio di passare del tempo con lei, di prenderle le mani, di darle un bacio, più baci, così come di chiederle tante cose di sè e di raccontargliene altre... tutto si affolla e preme e fa ressa e si sovrappone. E tutto si somma, si paralizza vicendevolemente, si blocca mutuamente. Torno a casa con una strana sensazione di vuoto, d'incompletezza. Anche nei momenti peggiori, anche nelle fasi più nere ho sempre sentito, ho sempre avuto qualcosa su cui riflettere, segnali da vagliare, sensazioni, pensieri. E, oltre all'attrazione che lei esercita su di me, è proprio questo che mi mette in difficoltà: non so leggerla, le sensazioni che ho restano senza interpretazione, il che significa che comunque sia l'interpretazione non è buona. Stamane mi sveglio con un umore cattivo: nuvoloso. Vorrei chiamarla, scriverle, almeno un messaggio. Ma poi mi fermo e mi dico che non capisco, che non posso procedere alla cieca, e che l'ultima cosa che desidero è allontanarla e allontanarmi, ma pure avvicinarmi mi risulta così complicato. E se la conoscessci ora, di bel nuovo? Lo so, mi mi piacerebbe ugualmente, e ugualmente non saprei che fare, perchè lei è... è... nascosta, e secondo me pure per difesa... Ma è pulita, lei, lo so. Ha una sua coerenza interna, ha delle cose, e io credo pure molte. Ma a chi deciderà infine di mostrarle? Perchè so che non sarà a me, per quanto in mille modi abbia cercato di sorriderle e di farle con i miei pensirei mille carezze silenziose.
postato da: Eteriele alle ore 20:43 | link | commenti (6) | commenti (6)(pop-up)
argomento: sogni, ad maiora melioraque
martedì, 10 aprile 2007

Berlin, 7 aprile 07: il riflesso sul viso

E lei è appoggiata sulla porta scorrevole del vagone della u-bahn 1, il kurzug che scorre verso warschauer strasse. Lui la bacia leggero sul viso e - subito dopo - quella che gli si dipinge sul volto è un’espressione d'incredulità, stupore, tenerezza mista a dispiacere. L'ho vista altre volte, in passato è comparsa anche sul mio viso. Lei non si volta, non contraccambia il bacio, le sue dita sottili stringono il tubo di acciaio al quale si regge, fissa di fronte a sé, ma di fronte, a pochi centimetri dalla punta del naso, c’è solo la paratia di formica che poi lascia spazio alla rientranza nella quale scorre la porta, in cui la luce rossa si accende, mentre la sirena suona per segnalare la chiusura che sta per arrivare. Lei non contraccambia, no, e io posso osservare soltanto la coda che pende poco sopra la nuca, un colore di capelli che mi è ben noto, le dita che stringono il sostegno metallico tubolare, ma l’espressione no, non posso vederla, per quanto sia ben riflessa sul volto di lui. Lui che si avvicina ancora, ha un giaccone blu un po’ sportivo e un po’ elegante, il viso pulito e luminoso di chi è da poco uscito dall’adolescenza ed è innamorato, lui che le si approssima e che le cinge la vita col braccio destro, lui ha l’aria dolce e sempre più incredula. Ma lei è ferma, non si muove, non gira la testa, non allenta la presa. Lui oscilla, leggero, cinge e rilascia, cinge e rilascia, mi fa pensare alla preghiera degli ebrei, e forse perché anche la sua è una preghiera, verso di lei che non l’esaudirà, almeno non fin quando io potrò osservarli in silenzio da dietro, e poi dopo non so ma non credo. Il treno arriva in goerlitzer banhof, gli infiniti piccoli palloni di calcio dipinti in bianco sui vetri, le uniche vestigia rimaste dai mondiali dello scorso anno, scorrono sempre più lenti rispetto allo sfondo della stazione che pian piano s’arresta, fin quando quell’anta scorre e io scendo, e rallento un secondo e giro il capo, e così finalmente vedo anche il viso di lei, ed è proprio come l’immaginavo e come ho conosciuto più volte: quell’espressione mi è nota, e mi chiedo quante volte, quante altre volte, chissà, lui dovrà vederla d’ora in poi, e non solo con lei. Lei ha due grandi occhi d'autunno ed è anche bella. La luce rossa si accende, la sirena suona.
postato da: Eteriele alle ore 14:56 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: ad maiora melioraque