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![]() Sympathy For Lady VengeanceUno di quei film che restano nel tempo.
Più di Old Boy, almeno per me. Della vita derubata e di come la si riscatta e di come si punisce chi ha commesso il furto, la rapina, lo scempio. E una colonna sonora meravigliosa, e Vivaldi come non l'ho mai sentito usare. ![]() Rivisitato e correttoAlice guarda il soffitto e osserva una fila di formiche che salgono ordinatamente per la parete. Quelle che sfiorano una certa zona del muro, anche se sembra trattarsi d’un punto qualsiasi, cadono improvvisamente a terra e poi, dopo poco, tornano in fila e riprendono il cammino d’arrampicata verticale. Alice è nuda, voltata sul fianco sinistro, di fronte a lei c’è l’ultima stretta porzione di letto, con le lenzuola stropicciate che penzolano fino a toccare il pavimento. Oltre, c’è la stanza di Stefano, semi immersa nell’oscurità, tranne per quella striscia di parete illuminata da una lunga e tenue scheggia di luce che entra dalla finestra quasi chiusa. Alice sente arrivare l’odore della strada bagnata dalla pioggia serale d’autunno, sente quello del suo sudore e di quello di Stefano, quello dei suoi pochi umori e di quelli copiosi di lui, sente il respiro, sente il ritmico sussurrare di lui che le poggia una mano sulla parte bassa del fianco destro, quasi sulla natica. Ha appena finito di fare l’amore con Stefano e lui si è subito addormentato e lei è travolta ora da un senso di resa che dilaga, debolezza che fa il paio con il leggero dolore che giunge piano dal suo sesso e si diffonde su per il ventre. Osserva nuovamente le formiche che salgono sulla parete, poi scompaiono, quando quel lungo costante susseguirsi di piccoli punti neri esce dalla zona illuminata dalla striscia di lampione che entra dalla finestra insieme agli odori dell’autunno cittadino appena arrivato, l’autunno che in realtà non sboccia, arriva soltanto, perché è una stagione che segna fine e non inizio, che indica riposo e non risveglio. Alice non è delusa, semplicemente si sente vuota e sola come non s’era sentita mai prima, Stefano s’è addormentato e lei può restare così, in silenzio, quasi non respira, non oppone resistenza alla solitudine che l’invade con ferocia sconosciuta. Non ha avuto alcun orgasmo, non ha provato, se non all’inizio e per un breve momento, alcun piacere, ma Stefano non se n’è accorto, anche per lui era la prima volta e ognuno sapeva dell’altro. E’ strana la solitudine che invade lentamente Alice, diversa da quella, a lei nota, che ha provato fino a questa sera: da un lato è come un senso di liberazione, una coperta che le si posa leggera sulla pelle e la isola dal mondo, dall’altro è terribile, più avanza, più Alice sente estranea e pesante la mano sudata di Stefano che ora è ferma sulla sua natica, quella pelle sudata su di lei è viscida e non vorrebbe averla addosso, ed è la prima volta da quando lo conosce che lo sente così lontano. Meno male che si è addormentato, lei ora può tirar su la coperta di solitudine ed isolarsi e pensare e ascoltare in silenzio tutti gli odori, e guardare le formiche che continuano a salire sul muro.
![]() AttesaLa solitudine che m'aspetta a Toulouse è in fondo la stessa che c'è qui. Mancano, di certo, gli amici e mio padre, le persone la cui assenza si fa davvero sentire si contano sulle dita di non più di due mani. Alla fine di gennaio la paura di uno strappo era molto maggiore, ora tornare in Francia è quasi come una trasferta, persino ora che mancano pochi giorni allo spostamento. Ma molti fantasmi sono stati fugati in questo tempo, la malinconia che le rimembranze generano è risultata quasi sempre sopportabile, il lavoro gratifica e coi colleghi in fondo vado d'accordo.
E, infine, c'è pure un altro lato - e mi chiedo quanto questo fatto sia frutto tardivo della frequentazione dell'apostola di Sigmund - e cioè che alla solitudine mi sono abituato, che è un rifugio, che spesso la sera il rientro a casa e poi il letto disfatto dalla mattina, e il taboulé o il camembert, e il fatto di poter scegliere una cosa o l'altra, e di poterle consumare sdraiato o sul tavolo, all'ora voluta, o non consumarle affatto, tutto questo è il lato libero della solitudine. Il sospetto più preoccupante è che dietro quest'abituarsi, questo coccolare in silenzio il fatto che c'è solo la mia immagine che si riflette nello specchio, il sospetto è che ci sia anche una sorta d'inaridimento interno, che a forza di dare poca acqua alla pianta dell'empatia cercata e non trovata, quella pianta stessa si stia seccando e mostri al mondo nodosità nuove e respingenti, s'irrobustisca e metta spine. Mi chiedo se questo non sia il semplice invecchiare, ma quando mi trovo, come stasera, quando sono in mezzo a coetanei con piccoli bimbi che gridano, e che ridono o che piangono, che celebrano vitalità e spontaneità, mi chiedo se io non stia perdendo molto, che non è affatto detto che invecchiare sia per forza metter nodi o spine, ma magari acquisisre nuove dolcezze e attenzioni e sensibilità, cosa che a me è preclusa e che di certo l'esilio, il camembert serale o il merlot notturno non recheranno mai con sè, anzi. Sto dimenticando come si bacia, o come si coccola, o come si fa l'amore, oppure non l'ho mai saputo, oppure ancora mi ripiego a tal punto su me stesso che non c'è nessun desiderio di coccolare, baciare o far l'amore con quella abituale immagine riflessa da specchi diversi, immagine che però non cambia, è statica e tranquilla insieme? Cui prodest?Stamane ho segnalato alla preferita tra le blogger piemontesi un blog che ho scorso ieri.
Si tratta di un link che ho trovato ancora su un altro blog, quest'ultimo l'accompagnava con un piccolo panegirico/leggero coccodrillo, tipo: "prima che tu scompaia nel nulla, ho ricopiato tutte le tue meravigliose pagine". Visto il nome del link, ho pensato che si trattasse di un blog femminile, forse una ex di colui che la citava e linkava nel suo. Ho fatto clic sul link e la prima cosa che ho trovato è stata una paginina con tanto di citazione del Clinton Act del 1995 dove si specificava che il blog - cioè quello che io supponevo essere un contenitore più o meno standard dei pensieri di una ragazza - conteneva testi sconsigliati ad un pubblico non adulto e che se pertanto volevo andare avanti erano, essenzialmente, soltanto cazzetti miei. Ma la curiosità ormai è grande e decido di andare avanti. Il blog che apro si spalma su un periodo di quattro mesi: settembre-dicembre dell'anno scorso. L'apparente autrice è una diciannovenne (ma in certi post ne ha sedici) che fa più o meno la puttana, o, per dirla più gentilmente, l'entraineuse. E' di Roma, e i suoi post sono dialoghi o descrizioni di terrificanti serate passate a sognare il vero amore mentre si dà da fare con svariati clienti, non di rado in duetto o terzetto con due amiche dai soprannomi fantastici. Più vado avanti, più mi sembra chiaro che si tratta di una bufala: a parte le contraddizioni continue, le età che cambiano e gli svarioni descrittivi, i personaggi diventano sempre più fittizi: c'è l'amico gay di cui la giovine è innamorata, a cui ovviamente il batacchio non funziona, almeno non con lei - è gay, appunto... - generando la di lei disperazione, c'è il suo prof quarantenne di matematica dell'ultimo anno di liceo, con cui la porcellina avrebbe una relazione assai peccaminosa, e della quale viene descritto un interessante, paradigmaticamente biblico und acrobatichen incontro, a base di sigari che manco Bill e Monica, poco dopo la morte della moglie di lui (suicidio, manco a dirlo, di cui si può immaginare la vera causa...) e con una figliolina (autistica... hazz: l'ha fatta autistica!) nella stanza accanto che dorme più o meno beata. Infine, il non-plus-ultra del trucido lo si raggiunge nel racconto di una serata passata dalla diciannovenne puttana/romantica/sensibile/cinica in compagnia di un bimbo di pochi anni che lei trova in un locale e che le parla di cose tipo babbo natale, e che le fa un ritrattino su carta (è un enfant prodige, il piccolo) che poi è pure pubblicato nel post, mentre la di lui genitrice procede ad una fellatio da enciclopedia britannica che viene descritta nei minuziosi particolari. Ora, è tutto assurdo: la storia, le persone, il linguaggio particolareggiato che è un misto di rivista pornografica e libercolo collezione armony (o viceversa), gli accostamenti continui tra lo schifo manifesto del sesso mercenario di una teen-ager e quella che vorrebbe essere la sua vera essenza da romanticona disincantata che ha scoperto il potere irrestibile della propria vagina... Il blog, nel complesso, è triste, ed è, almeno per me, incomprensibile. Si basa su luoghi comuni di ogni genere (la ricerca dell'amore, il sesso scisso dall'amore stesso, il corpo come potere, il maschio come bestia, la gioventù come merce da cedere, col sesso, alla sessualità famelica e primitiva di chi non vuole invecchiare), è una variazione molto malscritta, ma che si considera evidentemente furbissima, di qualcosa che ricorda alla lontana il soggetto di un bel film giapponese dei primi anni novanta, Tokyo decadence. E, nonostante cerchi anche di darsi una patina di anticonformistico realismo, l'assunto di base è quanto di più conformistico e vecchio e sorpassato e banale: il sesso contrapposto all'amore, il sesso sporco, il sesso che è meccanica, idraulica, consumo e soldo, non c'è nient'altro dietro, è sesso e non sessualità, è carne e non corpo. Alla fine della lettura, che forse è durata pure troppo, mi chiedo semplicemente il perchè di tutto questo. Chi ha scritto (uno o più) il tutto (e non è, credo, una donna, ma un uomo o più uomini, e non sono giovani ma scafati e sciatti nello stesso tempo) a cosa mirava? Perchè farsi passare per quattro mesi per una diciannovenne da appendice di play men? Perchè, se pure, come sembra, non c'è neppure uno scopo economico? Che era questa roba, un esperimento scrittorio, sociologico, comportamentale? Non so, non capisco.... e spero che la preferita, tra le blogger piementosi, mi perdoni la segnalazione fatta. Che guaioUna discussione a distanza ti costringe a considerare un aspetto abbastanza ingrato del tuo modo di avvicinare e essere avvicinato. L'aspetto. Perchè questo lato ti perseguita da sempre: la certezza di non attrarre fisicamente e il fatto, su cui hai riflettuto, che molte delle sconfitte sentimentali siano state dovute a questo: i rivali erano più belli. E se la cosa ti sembra anche un po' ingiusta, pure superficiale, nello stesso tempo tu ne sei ancora più schiavo, perchè pure tu avvicini e ti senti interessato solo se la persona ti piace fisicamente, e quindi anche tu sei superficiale: finisci per essere del tutto dipendente dallo stesso atteggiamento di cui ti senti vittima. E quindi assolutamente la vuoi carina e che ti sommuova fisicamente, e comunque deve piacerti esteticamente molto, altrimenti può essere anche una persona deliziosa ma non c'è nulla da fare, proprio non ci riesci.
R.I.P.Scorrevo il giornale, il giornale locale che non acquisto mai. Oggi, per la prima volta in tantissimi anni, l'ho comprato, come per rispondere ad un riflesso condizionato che era sepolto, sepolto da tre decenni: mio padre mi mandava all'edicola vicina e la frase pronunciata era sempre la medesima, aveva ormai perso il significato vero, era solo una sequenza di lettere, lunioneelarepubblica. E stamane, come per un caso maligno, una coincidenza cattiva, distratto all'edicola vicino alla strada dove vivo da poco più di due anni, eccola lì, la stessa frase, e non ho avuto il coraggio di ritrattarla e ho preso i due quotidiani che l'edicolante mi ha allungato, mentre consideravo in silenzio e con due secondi di ritardo la possibilità di una sindrome grave di demenza senile anticipata.
E giunto a casa, il giornale locale l'ho lasciato buttato lì, ho letto La Repubblica, e ogni tanto scoccavo occhiate a quelle pagine che non avrei mai comprato, fin quando ho pensato che prima di gettarlo, e di eliminare così anche l'inciampo involontario della mattina, almeno una scorsa avrei dovuto dargliela, controvoglia, per dovere, per quel dovere strano che conosco dall'infanzia che impone di non gettare quel che non è stato, almeno un poco, usato. E sì, mi dicevo, l'avrei gettato prima della mezzanotte, chè altrimenti domattina sarebbe naturale scendere e mettere il quotidiano di ieri nel cassonetto dell'immondezza, ma oggi, oggi almeno costituirà un piccolo esorcismo, un brevissimo e penoso tentativo di allontanare l'errore della mattina e di eliminare quella presenza politicamente, letterariamente, culturamente indesiderata da casa mia: quasi un corpo estraneo esistenziale, da sfiorare e gettare. Ma c'era, doveva esserci, qualcosa per cui stamane ho comprato il giornale, o che mi ha spinto a chiederlo all'edicolante stupito dalla variazione dell'ordine abituale. Anche questo molto bizzarro, perchè salto sempre quella pagina o quelle pagine, che considero la manifestazione più oscenamente provinciale dello stile di vita che permea un po' tutto nella mia città natale. Perchè, infatti, si deve dar notizia, e con dispendio notevole di denaro, della dipartita di un caro? E perchè, subito dopo, c'è la corsa del villaggio a pubblicare, con altrettanto dispendio, cioè a rendere pubblica una partecipazione che è quasi sempre fittizia? Che se fosse intrinsecamente vera, non dovrebbe avere bisogno alcuno delle pagine di un giornale e dello sguardo pubblico. Domande del tutto inesaudite ma che non saprei neppure a chi mai rivolgere. Il suo nome era lì, dunque, ben scritto, e la partecipazione del villaggio, al primo colpo d'occhio, modestissima. Ma non è stato questo che mi ha colpito, no, ma l'occasione, l'avvenimento: la sua morte e il fatto, immediatamente saltato agli occhi, dell'acquisto del giornale proprio nel suo giorno e non in un altro. Perchè non ho mai amato, fino ad ora in questa vita, nessuno come lei, lei con cui dormii alcuni anni, e con cui per lo stesso tempo feci tanto l'amore e con cui pensai di trascorrere l'esistenza. Lei che mi sussurrava dolcezza, lei compagna di presunte affinità e di tanti viaggi, fin quando non fu un altro ad accompagnarla, mentre io continuavo a chiedermi come fosse possibile quell'eternità negata. Leggo questo necrologio e, nonostante lo sforzo, nulla del suo viso lontano torna alla memoria, piuttosto un ricordo di baci, carezze e amplessi ormai diluiti e sbiaditi dal tempo. E poi scorro i nomi, e fatico a capire di chi si tratti, io che credevo di conoscere ogni anfratto dei suoi affetti, e poi ancora arrivo a fare l'inevitabile, ad immaginarmi in mezzo a quei nomi. Anch'io sì, a partecipare e ad attendere le scontate condoglianze del villaggio, e quante sarebbero state in più o in meno se ci fosse stato anche il mio nome? Come se n'è andata, non lo so, e se sia stato improvviso o lento oppure deciso da lei stessa, pure questo penso. Ma soprattutto mi domando se questa data, questo giorno col suo numero, e questo mese di questo anno, tutto ciò sarebbe stato uguale se le fossi stato accanto? Non gli stessi nomi di figli, no, e neppure il resto, ma sarebbe morta ugualmente, nello stesso modo, o diversamente, e prima, o dopo? Era un meccanismo ad orologeria, che nessun amore, carezza, affetto o amplesso, nessuna affinità, figlio, esperienza e scelta avrebbero mutato, oppure sarebbe stato tutto diverso, la mia vita, la sua, fino alla sua morte? E tutto assume un colore strano ora, ora che scendo a gettare il quotidiano comprato per sbaglio, ora che lei non c'è più, lei che non credeva all'anima e per cui tutto è davvero concluso, lei che ora è stata chiusa in una cassa e a cui presto scompariranno gli occhi dentro le orbite, lei la cui pelle che accarezzavo e baciavo e odoravo s'attaccherà ora, biancastra e bluastra, alle membra senza movimento. postato da: Eteriele
alle ore 22:26 | link
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argomento: racconti Uber allesPoi c'è la nuova Berlino dell'architettura visionaria e grandiosa, la porta che l'occidente sfavillante e ricco affaccia ora sull'oriente sconfitto: per ricordare chi ha vinto e quale sia il motore che ha spinto. Poi c'è la Berlino della storia, quella dei libri e dei film, quella che si studia a scuola: l'Hotel Adlon, i palazzi di Friedrichstraße e i resti guglielmini, il Reichstag bruciato dagli amichetti del führer, poi bombardato e cannoneggiato da alleati e sovietici, poi chiuso dal muro, poi imbustato e ora straordinaria integrazione di vecchio e nuovo: la bellissima mammella (esterna) con cono (interno) di metallo e cristallo tedeschi su idea inglese, il Dome di Sir Foster. Poi c'è la Berlino della ex DDR: la Karl-Marx Allee, fu Stalinallee, il delizioso quartiere della nomenklatura, Pankow, l'architettura pre-bellica ancora conservata. Poi c'è la poca Berlino nazionalsocialista, come il terrificante Olympia Stadion, che t'aspetti di veder spuntare Leni Riefenstahl più fresca che mai da dietro un pilastro. Poi c'è la Berlino commerciale, opulenta: K'damm, le gallerie e i centri pieni di negozi e brulicanti di turisti (tutto però sensibilmente più economico che in Italia). Poi c'è la Berlino teatrale, cinematografica e musicale: le grandi sale, la Philarmonie, l'Arena, le orchestre di tutto il mondo, i piccoli cinema d'essai e i grandi cinema, le retrospettive in lingua originale e i festival internazionali. Poi c'è la Berlino organizzata e ordinata della vita quotidiana: S-Bahn, U-bahn, rete regionale, tram e Bus, migliaia di mezzi che si intesercano con puntualità agghiacciante. Poi c'è la Berlino turca e araba, la città rossa e multirazziale che quasi non credi che la follia Hitleriana fosse locata qui solo sessant'anni fa (ma nelle elezioni del '33 la Partei prese soltanto il voto di un berlinese su quattro, a onor del vero). Poi c'è la Berlino dei Parchi e delle Biciclette (la tua bicicletta, anche, e la musica che v'accompagna), del Großer Sturm pacchiano, comico e assurdo (il regalo del Reich ad Adolf per i suoi cinquant'anni) sul cui angelo sommitale il Cassiele di Wenders inizia "so far, so close", e della folla che fa il nido sotto la torre della televisione e in tutta Alexander-Platz... La realtà è che questa città è una meraviglia perchè è grandiosa e provinciale insieme, perchè dispensa le proprie conquiste senza quell'atteggiamento piuttosto spocchioso dei parigini, o (per te e solo per te) finta cordialità dei londinesi (magari sarà anche vera, ma quella è una città che non hai mai digerito e che ti genera angoscia). E Berlino è anche una città pienissima, ma proprio strapiena, di belle ragazze che - con tanti saluti ed auguri alle francesi! - sono molto più naturlich simpatiche, vivaci, espressive e sexbomb delle pseudo-emancipate (prrrr!!!), noiose, scontate, non-mi-tocchete-che-mi-consumete lontane parenti dell'altro lato dei Vosgi... Oppure tu le centri sempri così, e allora è sfiga nera. Ma, ti chiedi, non è che questi vorrebbero - anche part-time, anche per fare il kinder-sitter - un provinciale, artigianale, molto self-made insomma, fisico dello stato solido sperimentale trentassettenne italiano del sud, magnetista per forza e microscopista elettronico per passione?
Il dolore che scavaL'ultimo post di SignorinaEffe parla di qualcosa su cui hai riflettuto molto spesso. La sofferenza, il dolore, e come nell'amore si speri di lenirlo o essere leniti nel proprio. Ti sei domandato tante volte se e come evitare di trasmettere il tuo proprio dolore, sapendo però che ciò che sei è anche quello che hai vissuto: è anche le prove passate e la sofferenza patita, le soluzioni cercate e quelle riuscite, i fallimenti e le piccole, parziali vittorie. Ti sei chiesto come evitare il contagio: di contagiare come di essere contagiati, senza precludere la possibilità di amare ed essere amato. E ti sei infine posto quella vecchia domanda, domanda frequente, probabilmente diffusa, domanda che non ha - almeno per te - risposta certa, solo molti pezzetti di risposta, ognuno con un nome proprio: il dolore t'attrae? L'amore che vuoi dare o che desidereresti ricevere non ha, fortissimo, in sè, il desiderio di leccare le ferite altrui e farsi leccare le proprie? Sai che il tuo io sente e vede molto più lontano di te, e che devi costringerlo, poi, a darti quell'informazione preziosa sul perchè di quell'attrazione, sapendo che tanto spesso sarebbe meglio non chiedere, non scavare, almeno sul momento, per evitare di dare voce a ciò che hai percepito, a ciò che è stato ascoltato in silenzio e che ha generato quel movimento e quel sommovimento. Hai paura, tanta, che la risposta sia anche un probabile annuncio di condanna, ed è quel genere di previsione che proprio non ti piace sentire, ma che fatica poi quando quella sordità che ti sei imposto si scioglie nella realtà che tardivamente s'avvera e quella fusione ti riporta alla solitudine di cui conosci l'origine, ma di cui non sai infine prevedere nè la fine, nè - tantomeno - il rimedio. Non è l'amore, no, il rimedio: non bisogna guarire e neppure essere guariti, sarebbe invece necessario semplicemente amare ed essere amati. SachsenausenE' il campo pilota che le SS allestirono e misero in funzione e dove, per tutta la durata del regime nazionalsocialista, vennero decise e coordinate tutte le attivita' dei konzentrationlager. Sachsenausen dista una mezz'ora dal centro di Berlino, venti chilometri di metropolitana e ci si è. Ci sto tutta la giornata, fino alla visita all'infermeria, durante la quale l'umore va giu' il tanto che basta per decidere che basta cosi'. Se, quattro anni fa, la visita ad Auschwitz era stata come una immersione nell'assurdo quasi piu' che nell'orrore, questo campo piu' piccolo mi trasmette quel senso di follia bestiale, di malvagita' assoluta di cui ho letto infinite volte senza mai capire fino in fondo. Dalla pianta, pensata espressamente, scientemente dagli architetti di Himmler per generare la sottomissione ed il terrore dei prigioneri, alla follia dei medici nazisti, quasi inspiegabile nei suoi lati piu' osceni. Perche' nell'infermeria di Sachsenausen c'e' un particolare che mi fa definitivamente saltare, oltre all'atmosfera cupa di morte e disperazione che questo posto instilla senza sosta, e non e', almeno non credo, una mia proiezione mentale. E' il fatto che i medici delle SS, dopo gli esperimenti bestiali che conducevano sui prigioneri -frequentemente bambini che importavano all'uopo dagli altri campi - ed il cui esito era la morte come le peggiori cavie da laboratorio, i medici, dunque, stilavano meticolosamente un certificato di morte. Falso. Avevano solo otto possibile cause "normali" da indicare nei certificati, che ovviamente non avevano nulla a che fare con quello che aveva ucciso la "cavia": omosessuali castrati, bambini infettati, oppositori su cui sperimentavano effetti di ferite e lacerazioni. E il certificato veniva precisamente emesso e compilato: carta intestata vera, causa di morte falsa, medico certificatore vero, timbro vero, firma vera e controfirma vera. Mentre le altre SS, a pochi metri di distanza, avevano la possibilita' di torturare ed uccidere come piu' gli aggradava gli altri prigioneri che non erano stati oggetto di siffatte "cure" mediche o su cui venivano testati nuovi mezzi sperimentali di omicidio di massa: i camion gasatori, la finta visita medica con SS travestite da dottori e colpo finale alla nuca dato da un tiratore nascosto nella parete del finto ambulatorio. E, in questi casi, niente certificato di morte, niente causa inventata di trapasso , niente timbri e niente firme: solo un numerello spuntato in un elenco infinito di morte. La meticolosita', la precisione teutonica regolavano con assoluta efficienza questa manifestazione bestiale e industrialmente condotta della turpitudine umana. Tutto gia' noto, lo so: tutto gia' visto e raccontato. E, forse senza analoga precisione e tedesca analita', ma con mezzi piu' sofisticati e potenti, e' una turpitudine che continua e non si ferma, e che oggi vede i discendenti delle vittime di allora e di sempre compiere analoghe follie in vesti di boia, e come loro altri che passano o sono passati a Sachsenausen, o Auschwitz, o Dachau, o Buchenwald, a strapparsi i capelli. Ancora una volta l'unico pensiero che viene disperato, andandosene da uno di questi luoghi - giustamente aperti - di memoria e monito, e' che l'unica cosa che la storia insegna è che la storia non insegna proprio niente. Crudeli nostalgie, il miglior cinema di Pupi AvatiI miei preferiti, dall'adolescenza, sono sempre stati "Una gita scolastica", "Festa di laurea" e "Noi tre", ma negli anni novanta mi era piaciuto molto anche "Dichiarazioni d'amore".
L'ho sempre seguito, almeno fino al declino, "Il testimone dello sposo" era già modestino, "il cuore altrove" decisamente scadente. Stasera ho rivisto "Festa di laurea", affresco dolce, crudele, tenero e disincantato ambientato nell'Italia dei primi anni cinquanta, con gli abituali - bravissimi - Carlo Delle Piane e Nick Novecento. Non volevo però parlare del tanto del film in sè, quanto della ragione per la quale amo quel Pupi Avati. E' per la sua capacità di raccontare la nostalgia e i sentimenti, per quel misto di dolcezza e cinismo, per quegli sguardi carichi d'amore sulla provincia italiana senza che questo ne offuschi tutti i lati bui. Il cinema di Avati che adoro è quello del rimpianto, della memoria che non solo non sbiadisce con gli anni ma che assume quella caratteristica mitologica di àncora di salvezza; è quel riandare ad una giovinezza che non stinge ma si colora col tempo. Il tutto a prezzo di delusioni terribili: coloro che coccolano il passato fino a mitizzarlo prima o poi si scontreranno con la dura realtà della corruzione, del fraintedimento, del disincanto. Ciononostante Avati e i suoi personaggi non rinunciano a quella dimensione: il loro voltare la testa indietro è necessario, è un bisogno fortissimo, intimo e profondo, di cui non possono fare a meno. Avati racconta il proprio passato e ricostruisce così piccoli momenti storici dell'Italia, attaraverso questo filtro di nostalgie, di struggimenti, di amori impossibili, di tradimenti e di miserie. E' la protagonista di "Una gita scolastica", la vecchia, la novantenne che ritorna, prima di morire, alla sua gita di liceale, col varco dell'apennino tosco-emiliano a metà anni dieci: è il momento più importante della sua vita, e lei lo ricorda e rivive come se nulla fosse passato: è anche l'Italia di allora che si dimena nel dibattito tra interventisti e non; è Vanni di "Festa di Laurea", che rovina economicamente sè stesso e i propri familiari in nome di un amore antico e del tutto inesistente: è il paese della ricostruzione, è un piccolo ritratto feroce delle ipocrisie e del classismo della borghesia post-fascista, la piccola borghesia che vuole lasciarsi la fame e la miseria della guerra alle spalle con vorace determinazione. ![]() |