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![]() La storia di mia moglieEra l'inizio di agosto, l'impressionante agosto 2003, saggio omaggio neppure troppo breve di ciò che ci aspetta all'inferno. Il tre si concludeva la conferenza internazionale di magnetismo, quell'anno ospitata a Roma e tenuta al palazzo dei congressi dell'eur, a cui avevo partecipato.
M. mi raggiunse un paio di giorni dopo l'inizio della conferenza, e fu una pessima idea: proprio Roma, la meta del nostro primo piccolo viaggio insieme, quattro anni prima, vedeva segnare la distanza ormai abissale tra noi e l'ipocrita doppiezza di M.. La mattina del tre, alle undici, la temperatura sfiorava i quaranta e l'inquinamento dell'aria del centro capitolino era da incubo. Disperati, ci infilamo alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, ben condizionata, e ci separammo subito, io cercavo sollievo al reparto narrativa, lei delirava in quello informatico (aveva deciso di occuparsi di elaborazione digitale di immagini e cercava un testo su photoshop...). Presi in mano diversi libri, e li rimisi tutti rapidamente negli scaffali d'origine. Finchè fui attratto da un adelphi in edizione non economica, fresco di stampa, in bella evidenza su un tavolo da esposizione. "La storia di mia moglie", prima opera tradotta in italiano dell'ungherese Milan Fust. Lo aprii e cominciai a leggere. Mi prese in fretta: feci silenziosa marcia indietro fino a trovare con i polpacci un divanetto, mi sedetti e mentre M. continuava il suo delirio al piano di sopra, consumai veloce le prima trenta pagine del romanzo. Quel che mi ci vuole, pensai: leggero, brillante, ironico. Non ebbi dubbi e lo comprai. La lettura del libro continuò, furiosa e compulsiva, nelle settimane successive, per concludersi durante il bel viaggio pirenaico di cui in un post recente... Era una storia d'amore, bella e straziante, raccontata in prima persona dal suo protagonista. La storia di un uomo che ama sua moglie, disperatamente, e che è convinto di non essere amato da lei, che si persuade del fatto che lei lo tradisca con altri uomini. E' la storia di due esseri umani che si amano molto, ma non sanno perchè. E non riescono a parlarsi, ognuno vive in una dimensione propria a cui l'altro non ha accesso, ma che l'altro osserva e non capisce, impazzendo dal dolore. Più andavo avanti, più trovavo corrispondenza tra quel che leggevo e quel che accadeva - in quei giorni - a me ed alla mia vita, e non smisi affatto la lettura, anzi... Come avevo fatto a beccarlo tra tanti? E come avevo fatto a crederlo leggero e ironico? James Hillmann ha scritto - ed io mi ci ritrovo in pieno - che non siamo noi a scegliere, mai, nulla: è il nostro Io che lo fa, anche a nostra insaputa. Il mio in quel caso aveva capito bene com'era il libro, e come sarebbe andato a finire, e fu lui a guidare il mio bancomat allo striscio, soddisfatto. (Una mia ex amica convintamente depressa e vittimista militante sostiene che "l'Io ci fotte sempre", anche se nel suo caso credo che l'Io abbia da tempo dato forfait e si stia godendo una pensione da favola in un'isola tropicale, dove si gratta l'ombelico all'ombra di un palmizio: lei era davvero troppo anche per lui.) Ora l'unico dubbio che mi resta è dove diavolo sia finito il libro in questione: il mio Io deve averlo prestato senza che io me ne accorgessi. Se almeno sapessi a chi, forse non lo recupererei comunque, ma almeno potrei riflettere sulla situazione personale di colui che l'Io ha scelto per il prestito. (Tra parentesi: è un libro molto bello e ottimamente scritto.) Orgoglio ziesco!Ed ecco qui Marco in tutto il suo splendore...
Beh, stasera l'osservavo al di là del vetro del nido: aveva gli occhi aperti e si guardava in giro, faceva smorfie, tirava un po' fuori la lingua e con la manina si accarezzava i rotolini del collo... Ancora, devo ammetterlo, non riesco a crederci: la famiglia si è ingrandita, e chissà come diventerà questo pupetto... ![]() Marco!!!L'insonnolito pensatore è il mio primo nipotino, nato il 27 luglio alle ore 10:41.
Figlio di Sara, di Valentina e Vincenzo, e di Paolo, di Giulia e Massimo. La foto non è straordinaria, ero dietro un vetro. A due orette dal suo buongiorno al pianeta, Marco dormicchiava, muovendo le manine, sbadigliando e spingendo via la copertina troppo calda... Questo è il più bel giorno dell'anno, e pure da tanti anni a questa parte!!!! Insomma, eccolo qui: fortunatamente assai somigliante, almeno sembra, al nonno ed all'altro zio materno, la parte carina della famiglia.... Benvenuto cucciolino. ![]() Greenaway, correzione di tiroQuando ero più giovane, lo trovavo surreale ma interessante. Ricordo che m'erano piaciuti sia "Il cuoco, il ladro..." e "Il ventre dell'architetto". Per rivederli, a quindici anni di distanza, li ho scaricati entrambi. Ho iniziato dal secondo e... mi ha irritato ad elevata potenza, ma proprio irritato: mi sono fatto violenza per finirlo e alla fine avevo letteralmente voglia di menare il regista inglese.
Prima di rivedere completamente quell'antico giudizio voglio rivedere anche il cuoco, il ladro... ma per ora mi sono ritrovato con un'orchite monumentale causa Greenaway. Visto il periodo intensamente mozartiano, domani cercherò lenimento mediante Kaos dei fratelli Taviani: soprattutto voglio rivedere l'episodio finale dove Luigi Omero Pirandello Antonutti incontra il fantasma della madre e dove lei racconta al figlio della tappa infantile nell'isola dalle dune bianchissime, il tutto con la colonna sonora di uno dei temi più belli e struggenti delle Nozze di Wolfgang. La torrida estate del 2003Una delle ultime tappe del viaggio nel ricordo che finalmente non fa quasi più male.
---- Il piccolo camper scese dalla nave che arrivava a Marsiglia. L'idea iniziale era quella di dirigervi verso la frontiera col belgio, il nord-est della Francia non l'avevate ancora frequentato. Ma uno sguardo veloce alle colonnine di mercurio vi sconsigliò, davvero caldamente. Neppure laggiù si respirava. Dove dirigervi? I Pirenei, gli amati Pirenei, meta delle vostre infinite gite dei fine settimana occitani, pre e post camper. L'imperativo era salire, salire, salire, almeno fino a quando la temperatura non avesse cominciato a scendere un poco. I Pirenei Spagnoli, quelli non li avevate ancora esplorati, e tutti ve ne dicevano un gran bene. Dirigeste il camperino in quella direzione, e dopo un paio di torridi giorni iniziò la salita dal fronte francese. La temperatura elevata non era solo un problema esterno, e lo sapevi, tutto stava fondendo, più dentro che fuori. I Pirenei Spagnoli erano meravigliosi, molto più bello quel fronte di quello orientale. Canyon, gole, paesaggi che variavano di continuo e che lasciavano sempre senza parole in una temperatura finalmente accettabile. Il buio, poi, arrivava in maniera particolare: scendevano le nuvole nel tardo pomeriggio e calava la nebbia, i rumori si ovattavano, le campane delle vacche e delle capre in lontananza. E, almeno una notte su due, era il finimondo: temporali violentissimi, i bagliori accecanti dei fulmini e l'immediato crac e boum dei tuoni. Acqua, tantissima, che scendeva per qualche ora, un violento e desiderato esorcismo di quei mesi di calura costante e intollerabile. Ti ricordi tanti luoghi di quell'estate, ma è il contrasto tra la loro bellezza, il sollievo del clima e la catastrofe interiore che non potrai dimenticare. Perchè il crac non fu solo quello delle saette notturne sovrastanti, ma anche quello della mente, quando, finalmente, nel camping spagnolo sotto il ghiacciaio, trovasti la prova definitiva di quello che sentivi da molti mesi e avevi capito da almeno tre. Parole d'amore, per lei, non tue. Parole d'amore che presupponevano che pure lei, e generosamente, ne avesse inviate altrettante, mentre tu avevi incominciato a pagare la casa comune, la prima casa che avevi provato a comprare, lei volente e partecipante, dopo tanti anni di sacrificio e di precarietà. Facesti proprio crac, sì, e questo te lo ricordi così come ricordi quella sua spiegazione così offensiva della tua intelligenza prima ancora che della tua attenzione. E, infine, ricordi una notte, una di quelle bellissime, orribili notti dentro il camper. Tu e lei, e aspettavi sognando quei momenti da tanto, così tanto che il dolore si moltiplicava per due, per quattro, per otto e via... Vi spogliaste piano, e fuori il buio era calato e la valle deserta e profonda ricordava quei paesaggi da Fortezza Bastiano, almeno nei ricordi della celluloide di Zurlini. E piano ti avvicinasti, e le sussurrasti il tuo amore, che speravi facesse da diga, da barriera - ma l'acqua, tutta l'acqua, non c'era già più o forse non c'era mai stata - che speravi facesse da balsamo, che lenisse e riparasse l'irreparabile. E provasti piano, e sentivi la disperazione montare, e lei alla fine cercava di convincerti e convincersi a continuare, mentre la sua mente volava lontano e tu ti ritraevi e rivestivi in silenzio capendo che non era il piacere mancato a devastarti ma tutto quello che, da quelle notti in poi, a partire da quei luoghi così belli e freschi, avresti dovuto arginare e contrastare e curare nella tua anima, nella tua anima che ormai sfilava via sanguinante nella violenta, allegra trasparenza dei ruscelli pirenaici. Chi l'ha detto che l'amore deve essere tenero e dolce?"Secretary" è un film americano di Steven Shainberg, uscito nel 2002. La protagonista è Maggie Gyllenhaal, il protagonista James Spader, conosciuto diversi anni fa nel bellissimo, originale "Sesso, bugie e videotape". Bravissima anche lei, comunque.
All'inizio Maggie alias Lee è una ragazza che vive clandestinamente la sua base depressiva e sado-maso: si buca e si taglia portandosi dietro un piccolo beauty-case di lame, punte e cerotti, kit all'uopo costruito. Si nasconde dietro un look antico, abiti stile nonna vittoriana e postura curva e incerta. Entra come segretaria in uno studio legale, il cui titolare è preda di pulsioni analoghe alle sue e anche l'uomo non riesce che a gestirle in maniera molto limitata e pieno di sensi di colpa. I due si trovano: Lee prende coscienza che quella del dolore misto al piacere, della sottomissione che è anche controllo e dominio, è la sua dimensione naturale. Il suo look cambia con lo scorrere del tempo nello studio legale: diventa sempre più bella, più audace, più dritta, l'aspetto depressivo prende il volo. Lui arriverà all'accettazione di sè solo dopo la dichiarazione di lei: quel che pensava essere il suo lato più disgustoso si rivela il viatico per un amore che lo travolge. Se si eccettua il finale, l'happy end piuttosto fuori luogo e terribilmente americano, il film m'è piaciuto tanto. Patologie che diventano normalità (una "nomalità" tutta interna al minuscolo psico-sistema dello studio legale), mentre la normalità diffusa (quella vera) può essere riletta come noia, conformismo, incapacità di capire fino in fondo la diversità altrui (c'è la figura, per quanto tenera, del fidanzato di lei, Peter, che rappresenta questo aspetto). Per questo l'happy end stride così tanto col resto del film: come compimento della storia d'amore mi sarei piuttosto aspettato di vedere i due accoppiarsi sulla scrivania dello studio e al ritmo di feroci colpi sul sedere di lei. Invece lui le fa varcare la soglia di casa tenedola in braccio, col vestito da sposa, poi le confeziona un bagno caldo dove l'immerge con grande cura... mah. Del film è notevole la cura maniacale (!) di ogni particolare: fotografia, scenografia, abiti, dialoghi, espressioni... Ho letto delle recensioni su questa pellicola, non ne condivido praticamente nessuna: questa, a mio avviso, ha poco o niente a che vedere col mobbing, il motivo di fondo era tutt'altro. Chi invece l'ha classificata come tale (una forzatura da rubrica di pseudo-approfondimento televisivo e post prandiale genere Rossella/Mimun: dietro il film DEVE esserci un tema del momento, e se non c'è, se ne parla comunque lo stesso) ha fatto seguire a questa classificazione semplicistica pure il giudizio (idiota) che il film rappresenterebbe una sorta di strizzata d'occhio ai molestatori: niente di più gaglioffo e lontano dal vero. GiuliaPare che un paio di mesi fa, nella ronda serale per la pulizia degli studi del dipartimento, abbia preso coraggio e si sia rivolta al mio collega e amico che da quando ho iniziato a stare in Francia sta nel mio studio, per chiedere che fine avessi fatto, se sarei tornato o meno.
Giulia: quasi sessant'anni di età, militanza politica dalla gioventù, prima nel PCI, ora in Rifondazione, anche se è sempre più confusa e amareggiata per decisioni che condivide sempre meno e in cui non intravede niente di davvero chiaro e per la locale classe dirigente rifondarola, che non so se dire che sono più coglioni o più etilisti. Giulia spesso la sera si ferma un momento e si trattiene a chiacchierare con me: mi racconta del suo lavoro, della sua famiglia, dei suoi figli e di suo marito. Mi è rimasta impressa una cosa che mi ha detto a proposito di quest'uomo: "è una persona molto perbene, molto corretta". Le ho chiesto se lo amasse, e la sua immediata risata mi ha bruscamente riportato sul piano della mia coglioneria infantile: "amore, per carità! Sono stata innamorata solo una volta, tanti anni fa, e proprio non era per me. Mio marito, mioddio!, non l'ho mai amato, che assurdità che mi chiedi. Però sto bene con lui e non ha mai fatto mancare nulla ai nostri figli, protesta solo un po' quando torno tardi dalle riunioni del partito". E' capitato spesso che, in mia assenza, Giulia mi abbia lasciato sul tavolo il programma di un convegno di Rifondazione o l'invito per la la Festa di Liberazione, a cui però non sono mai andato. Fino al 10 aprile tenevo, appiccicato qui nello studio universitario proprio dietro alle mie spalle, un antico manifesto elettorale del vecchio PCI: il simbolo, la sigla e sotto, bianco su sfondo blu, un gigante "vota comunista", stile e grafica molto socialismo quasi reale anni settanta. Il giorno, il bel giorno della sconfitta della destra, anche un po' in anticipo sui soffertissimi risultati reali, l'ho levato. Giulia mi ha chiesto perchè, ed io le ho risposto che era perchè avevamo vinto, quindi non si deve esagerare, quando si passa dalla parte dei vincitori non bisogna fregiarsene. E lei ha scosso la testa ed ha riso per l'ennesima volta: io non lo so mica se abbiamo vinto davvero, ha detto. RingraziamentiAlla fine della tesi di PhD, dovevano comparire i ringraziamenti.
Nella tradizione francese, i ringraziati seguono sempre un ordine fisso: prima i membri della commissione, quindi il o i tutor del lavoro di dottorato. Questa prima parte è scritta sempre in maniera formale, vagamente borbonica: i sensi della mia più profonda stima, grazie per avermi fatto il grande onore di fare un viaggio a spese del mio gruppo, infinita gratitudine per la gran quantità di vera o presunta scienza infusa...
Poi ci sono i colleghi, e già il discorso diviene più scioltino. Quindi i familiari, e qui iniziano a scorrere solenni lacrimucce per il sacrificio dei parents che tanto hanno sostenuto e contribuito e sofferto avec. Infine, va sempre così, il lui o la lei, se esistono: grazie per essermi stato/a sempre accanto, ah!: i momenti difficili, la tolleranza, etc. etc. (Fatti più spesso il bidet no, non è carino scriverlo, ma sicuramente non sarebbe una cattiva idea, viste le igieniche nient'affatto igieniche abitudini. Anzi no: nella maggioranza delle maison il bidet non esiste e il wc è rigorosamente separato dalla zona del bagno.) Insomma: va sempre così. Si sforzano di essere originali, spiritosi, ma sono - comme d'habitude - ripetitivi e pallosi. Mai uno che avesse scritto un "fottetevi tutti" o "morte a quello/a stronzo/a del/la tutor", e chi ha qualcosa da ridire - il relatore è in realtà vissuto dal 95% dei Docteurs come un vero boia - bisogna leggerlo tra le leggiadre righe e la sottile ironia... Però: poichè nell'esagono il culo si fa finta di leccarlo solo a cose fatte, la versione della tesi di PhD che va ai commissari, al relatore e alla compagnia bella è priva dei ringraziamenti, che vengono aggiunti solo nella versione finalissima, dopo che la commissione ha proclamato l'esito e si è sciolta, indicando le correzioni conclusive da apportare al manoscritto da dare o alle stampe, o al caminetto.
Alla fine della tesi, M. tentò quindi un primo schema del paragrafo "ringraziamenti". Tutto rigorosamente come sopra: merci, merci et encore merci, fino a quando non si arrivò al capoverso (andata a capo, d'obbligo pure quella) riguardante il sottoscritto (che era il lui che l'aveva sempre sostenuta, grazie per il sostegno, ah!: i momenti difficili, la tolleranza, etc....) Nel nostro caso la cosa era complicata dal fatto che uno degli altri ringraziandi (un collega, oggi marito) era già in pole position per prendere il mio posto nel letto dell'amata, il cuore era già bello che conquistato, e anzi forse pure il letto, ma in fondo è irrilevante. Insomma: grazie, grazie, grazie Eteriele che mi hai seguito fino a qui e qui sei rimasto come un pirla solo per me, così davvero suonava la prima versione, mancava solo che scrivesse in quanto tempo ramazzavo la stanza con la proverbiale scopa di Elio.... Me la fece leggere, e sobbalzai sulla sedia... Non va bene, eh? chiese. Eh boh, i ringraziamenti sono i tuoi, che vuoi che ti dica, scrivi quel che senti... Appunto: scrivere ciò che sentiva, era proprio quello il problema. Eteriele vaffanculo, penso a un altro e ti voglio mollare... non si poteva. Un ringraziamento formale, non aveva il coraggio. Finì così: questa tesi non può che essere dedicata ad Eteriele, e via di grazie per il sostegno, ah!: i momenti difficili, la tolleranza. L'altro? Relegato in una parolina, solo il nome, hazz!, tra i colleghi. Che ingrata! Pure lui aveva sostenuto, ah sìsìahahsìcosì!: i momenti difficili, di tolleranza non credo parlassero ancora... Vabbeh, però M. non era tutta da buttare, suvvia: almeno con lui poi ha recuperato l'odiosa gaffe. La doppia vita diStrani parallelismi nella rete, apparizioni e disparizioni quasi contemporanee, improvvisi contatti, similutidini apparentemente trascurate. Sullo sfondo alcune simmetrie.
Credere alla diversità è complicato. Se è un caso, è degno di una piccola storia. E forse la scriverò. Se non lo è, beh... Il gelido calamaro gigantePesa ben più di cento chiletti, nonostante la giovane età (compirà tra poco quattro anni), è largo e alto due metri, profondo un po' meno di uno.
Mi rende suo schiavo per diverse settimane all'anno: sono costretto a svegliarmi una o due volte per notte per controllare, da lontano, che si stia comportando come deve, altrimenti devo prendere la macchina e andare personalmente a riportarlo in carreggiata. Devo comunque stare attento, lui è una risorsa importantissima per me. Una sorta d'amante: frigida, incontentabile, capricciosa ma sempre elegante e alla moda. Peggio per me: ho voluto la bicicletta e mo' pedalo... Lui è il mio calamaro, il mio gelidissimo calamaro: per funzionare ha bisogno di essere immerso in un costosissimo liquido che ha una temperatura di 269 gradi sotto lo zero. E' lo Squid: calamaro, appunto, nella lingua d'Albione. Ma Squid vuol dire anche Superconducting Quantum Interference Device: dispositivo a superconduttore ad interferenza quantica, sua zia californiana maiala. A dispetto del nome (e del prezzaccio: circa mezzo miliardo di vecchie lire), è un aggeggio che serve a misurare la reazione di qualsiasi materiale all'imposizione di un campo magnetico, e a osservare come questa reazione cambia col caldo e col freddo... Roba da matti, e io qui, insieme a tre sfigati a cui ho insegnato, ho il privilegio di aver capito come maneggiare quest'affare durante il PhD, e ho riportato nell'isolona o isoletta o isolaccia (che dir si vuolse colà dove si puote) questa particolare conoscenza, la quale mi riduce al lumicino per un variabile numero di settimane all'anno... Sì, sono il davvero il suo schiavo: nessuna amante mi è mai stata così intollerabilmente fedele, mai nessuna così esigente e defatigante, mai nessuna così dispendiosa (diverse migliaia di euro al mese, più un forfait dialmeno mille per avere la sua benevola attenzione). |