commenti recenti


Chi sono

Utente: Eteriele
"Non bisognerebbe raccontare mai niente, né dare dati né tirare in ballo storie né fare in modo che la gente ricordi degli esseri che non sono mai esistiti né hanno mai messo piede su questa terra né attraversato il mondo, o che invece ci sono passati ma erano già in salvo nell'orbo e incerto oblio. Raccontare è quasi sempre un regalo, compreso quando porta e inietta veleno il racconto, è anche un vincolo e un concedere fiducia, e rara è la fiducia che prima o poi non si tradisca, raro il vincolo che non si aggrovigli e non riannodi, e perciò finisca per stringere e si debba tirare di coltello o di lama per reciderlo. Quante delle mie rimangono intatte, delle molte fiducie concesse da chi tanto ha creduto nel suo istinto e non sempre ha fatto attenzione ed è stato ingenuo per troppo tempo? (Sempre meno, sempre meno, ma la diminuzione di tutto questo è molto lenta). Rimangono intatte quelle che ho posto in due amici che ancora le conservano, a fronte di quelle riposte in altri dieci che le hanno perdute o dissipate. [...] Arrecare offesa alla fiducia è anche questo: non soltanto essere indiscreto e provocare danno o rovina con ciò, non soltanto fare ricorso a quell'arma illecita quando i venti cambiano e si piglia di mira colui che ha raccontato e ha lasciato vedere, ma anche trarre vantaggio dalla conoscenza ottenuta per debolezza o distrazione o generosità dell'altro, senza rispettare né tenere in considerazione la via attraverso cui si è arrivati a sapere ciò che si travisa o si brandisce adesso: se furono le confessioni di una notte innamorata o di un giorno disperato, di un tramonto di colpa o di un risveglio desolato, o dell'ubriaca loquacità di un'insonnia: una notte o un giorno in cui chi parlava parlava come se non vi fosse futuro al di là di quella notte o di quel giorno e la sua lingua sciolta dovesse morire con loro, ignorando che c'è sempre un altro che deve venire, rimane sempre, un po' di più..." (Javier Marias, Il tuo volto domani)

info e feed

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder


Contatore











domenica, 22 marzo 2009

Brividi d'estate

Scritto nel giugno 2005.

-----

E' successo stasera... Che strano che sia capitato nella notte più breve dell'anno.
Mi ripromettevo di starmene in solitudine, di concludere la mia serata in pace con i miei soli abituali pensieri, con quei miei compagni ossessivi, con quelle domande a cui ho già dato cento volte la risposta, ed è sempre quella, ma non so perché sono domande insaziabili: probabilmente di trovar risposta non importa loro nulla, devo trovare un altro modo per saziarle.
Ma è capitato proprio qui sotto il mio balcone, ed io ero seduto e aspettavo il sonno leggendo alla luce nient'affatto fioca del lampione. Accarezzavo ogni tanto la biancheria stesa, ormai quasi completamente asciutta, come in un leggero riflesso.
Loro non m'hanno visto, e dopo un po' ho iniziato a respirare piano, a voltare le pagine del libro con crescente lentezza.
Lei era alta, i capelli chiari, direi slanciata, quando le intravedo noto le mani chiare, belle ma il suo viso posso solo immaginarlo perché era appoggiata al muretto impergolato di fiori della vicina del piano di sotto, che confina con la strada.
Lui potevo vederlo appena, ma non ne saprei descrivere il volto. Solo i capelli un po' radi, leggermente brizzolati, una voce bassa, tranquilla. Non erano abbracciati, almeno se non in pochi momenti, ma lui la cingeva ugualmente, appoggiandosi con le mani ai lati delle sue spalle, in modo da formare quasi una sorta di piccolo recinto di braccia, e le parlava piano tenendo la testa un po' inclinata in avanti.
E la prima frase che m'ha fatto alzare la testa dalle pagine dove Erendira seguiva la sua nonna snaturata è stata di lui, con quel tono tranquillo, forse anche divertito. La frase è stata: non me ne importa nulla. Non voglio stare con te, mi basta questo. E ne sono anche stupito, non m'era mai capitato così.
Silenzio.
postato da: Eteriele alle ore 14:31 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento:
sabato, 14 febbraio 2009

Il curioso caso di Benjamin Button

E' il riadattamento di un racconto di F. Scott-Fitzgerald che finisce sullo schermo a firma di David Fincher.
E' una storia sottilmente angosciante sull'eterna e campale condanna umana all'assistere e subire lo scorrere del tempo, del tempo che passa anche quando il suo flusso avanza in verso contrario: un neonato che nasce con i tratti patologici tipici di un ultraottantenne e crescendo ringiovanisce, fino a morire sì nella demenza senile, ma di nuovo neonato nel corpo, e questa volta neonato vero. Per Benjamin, che fa esperienza dell'esistenza come ogni altro essere umano che cresce e evolve, c'è un problema in più: dato che il suo nastro biologico si riavvolge, per lui non c'è alcuna possibilità di evoluzione parallela a quella di nessun altro, è condannato - sapendo di esserlo - ad un solo incrocio temporaneo: chiunque lui ami, sia affetto erotico o affetto e basta, il suo interlocutore invecchierà mentre Benjamin ringiovanirà. E quindi, da un certo punto in poi, la differenza di età diventerà ostacolo insormontabile alla prosecuzione del rapporto. Tuttavia è in realtà silenziosamente sconvolgente la comparazione che la storia immediatamente suggerisce di fare con un rapporto segnato da un tempo che scorra nello stesso verso: nulla assicura che, pure in questa normalità, il rapporto non sia che fugace, temporaneo e destinato alla corruzione e alla fine.
Il film in sè non offre grandi prove da parte di nessuno - a parte quelle, indubbie, degli abili truccatori - e va piuttosto peggiorando in banalità con lo scorrere delle sue quasi tre ore di durata. C'è la prestanza, sfruttata in maniera un po' caricaturale ma dall'esito infine banale, di Brad Pitt. Il fascino a tratti etereo, a tratti carnale, di Cate Blanchett. C'è il cameo della bravissima - come al solito - Tilda Swinton, indimenticata protagonista del geniale e raffinato  "Orlando" di Sally Potter.
Ma la storia resta intrigante e non è del tutto pessima l'idea della coprotagonista che la racconta alla figlia dal suo letto di malata terminale: mentre lei spende le ultime energie per lottare contro il male che internamente la devasta e contro la morfina che l'obnubila, subito all'esterno di quella stanza d'ospedale la tempesta muove verso New Orleans: è l'uragano Katrina che sta arrivando.
postato da: Eteriele alle ore 01:07 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: film
lunedì, 09 febbraio 2009

Eluana, che ti sia lieve la terra

E ora silenzio.
postato da: Eteriele alle ore 20:42 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento:
sabato, 06 dicembre 2008

Nera Schiena del Tempo

E come questa rappresentazione

- un edificio senza fondamenta -

così l’immenso globo della terra,

con le sue torri ammantate di nubi,

le sue ricche magioni, i sacri templi

e tutto quello che vi si contiene

è destinato al suo dissolvimento;

e al pari di quell’incorporea scena

che abbiam visto dissolversi poc’anzi,

non lascerà di sé nessuna traccia.

Siamo fatti anche noi della materia

di cui son fatti i sogni;

e nello spazio e nel tempo d’un sogno

è racchiusa la nostra breve vita.


W. Shakespeare, La Tempesta, atto IV, scena prima

 



Non so perchè io ci pensi sempre più spesso, probabilmente il tempo che scorre mi costringe a pensare a lui. Si tratta della fine che può arrivare sempre, della semplice brevità della morte e di come cancelli in un istante tutto ciò che è stato: la lunga crescita, l'evoluzione, la comprensione di sè, delle persone e delle cose, che nella maggioranza dei casi non si è mai neppure lontanamente intravista, o pure ha solo fatto capolino dietro una breve fessura dell'esistenza, uno spiffero di chiarezza che quasi sempre si spegne prima che la forma vera sia solo brevemente comprensibile.
Non so perchè ci pensi, ma prima incrociavo le persone, guardavo i visi, soprattutto quelli degli sconosciuti, e mi chiedevo cosa portassero con sè, che cosa contenesse la loro memoria, su cosa si basassero le loro ripulse e gli entusiasmi, quali fossero le sconfitte patite e le vittorie ottenute. E, soprattutto per le donne i cui visi mi catturavano e catturano, come facessero l'amore e cosa intravedessero in quel momento.
Non che abbia smesso di chiedermelo, ma la frustrazione per l'inaccessibilità dell'infinito e complesso mistero che ognuno porta con sè - che sia uno sconosciuto o un conosciuto il suo mistero non cambia che di colore e intensità - quella frustrazione cede ogni giorno il passo, per un millimetro di più, ad una scivolosa rassegnazione. La rassegnazione non è per il fatto che non potrò mai sapere davvero nulla, e quel pochissimo che saprò probabilmente non lo capirò, neppure se si tratta di me stesso. No, è più sottile, pervasiva, compatta: anche se potessi sapere degli altri quello che si nasconde dietro i loro visi, e gli occhi e le bocche, il modo di camminare, di muovere le mani, di guardare o di non guardare, se potessi leggere nelle persone che incrocio, incrocio che pure nella maggioranza dei casi si verificherà per quella sola volta nella vita, tutto questo sarebbe comunque perso per sempre quando non sarò più.
Quindi anche quello che faccio, e come decido di farlo, le persone che amerò, quelle che respingerò, tutto sarà stato vano, resterà solo una traccia mutevole nella memoria di pochi, per poi scomparire presto con loro. Quando fiancheggio un cimitero mi chiedo cosa resti di tutti quelli le cui spoglie ora temporaneamente vi risiedono, e mi scopro a dirmi che nulla, non resta che quel nome sulla lapide, due date e poi, dopo un po', neppure quello.
Questa storia si ripete all'infinito, da quando un uomo ha capito che il suo destino e quello di tutti gli altri è la non esistenza: è questo che più mi fa pensare e mi convince che ci si dovrebbe rifiutare di generare altri esseri umani, per non doverli far lottare con questa insopportabile angoscia, la prospettiva del nulla, senza poter trovare nessuna risposta che non siano le condizionate e indimostrabili promesse di una qualsiasi religione. E quest'inevitabile prospettiva, che non so perchè ogni giorno mi sembra più reale, vicina, possibile, scolora senza pietà tutto quello che faccio e vedo fare. Alla fine del gioco sarà una lapide e poi neppure più quella.
postato da: Eteriele alle ore 01:21 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento:
mercoledì, 26 novembre 2008

Francobolli

Ora mi è definitivamente chiaro: non ho capito i segni evidenti di un grande amore. Avrei dovuto non dico assecondarlo, ma almeno farmi ordinatamente da parte. L'amore, quello vero, funziona così: non c'è storia e neppure ci sono cazzi.
Non c'entra il tempo, non gli impegni presi, le parole pronunciate, i baci spesi, gli amplessi consumati, i viaggi più o meno condivisi. L'amore, quello vero, spazza tutto, non ha pietà e neppure riguardo.
Da qualche settimana su facebook sono comparse delle immagini, formato francobollo, in cui Madame appare accanto all'amore della sua vita - quello vero, quello per cui ha sfracellato e mentito, nel tempo che fu - ora padre del suo pargolo (o pargola). E poi - condensato in un paio di pixel - c'è pure il pargolo/a.
No, era destino. Era scritto che andasse così. Dietro ogni grande traguardo - come la nascita di un nuovo essere umano - ci sono sacrifici, sconfitte, batoste. In questo caso particolare - ma è un caso - di qualcun altro, ma il fato è il fato e quando va così, non c'è storia e non ci sono cazzi.
E poi c'era la France, l'immortale, charmant exagone e la sua indubbia forza attrattiva, più la capacità repulsiva del sottoscritto e del paese di residenza, infine la schiacciante insopportabilità delle scelte fatte insieme.
Ho una timida eco, ma ormai è lontana e quasi inintellegibile, che mi sussurra di un rapporto solo platonico e pronuncia stanche e incerte promesse d'amore. Ora ci sono quei pixel, quei pochi pixel, dove compare un pupetto (o pupetta) scaturito da quella platonica relazione, prova vivente - ma davvero vivente e respirante e piangente - che si può dire qualsiasi cosa e fare l'esatto contrario.
Le mie fantasie, e speranze e fiducie non valevano un soldo bucato: le destin est le destin, come i francobollini di facebook mi ricordano, ho veduto la potenza dell'amore dispiegarsi e agire.  Non c'è storia e neppure ci sono cazzi.

PS: ...e se invece si fosse trattato di uno dei tanti scherzi di quel figlio di zoccola del caso?
postato da: Eteriele alle ore 23:23 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento:
venerdì, 21 novembre 2008

Un paese mummificato nel peggio

Mentre il quarantasettenne nero progressista Barack Obama diventa presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton suo ministro degli esteri, a casa nostra la mummietta nana, asina, liftata e con la fedina penale lunga come un Rotolone Regina che fa il primo ministro dichiara: "l'Italia è il Paese che amo", "siamo quelli del '94", "i comunisti sono sempre gli stessi", "le nostre idee non hanno bisogno di cambiare". E' dura dirlo, ma è vero: per molti aspetti ha ragione. Siamo quelli del '94, ma anche dell''84 quando elegemmo Craxi, degli anni settanta con andreotti e Cossiga, dei sessanta con Fanfani, dei '50 con Scelba e Tambroni. Ed è vero che le idee (diciamo così...) della mummia e della sua banda di zozzoni non hanno bisogno di cambiare: gliele ha scritte Gelli negli anni settanta e sono attualissime, mai passate di moda, e nel solco di una ventennale tradizione (1921-1943).
Intanto gli avversari si suicidano in preda a convulsioni di ogni genere, tra miserabili lotte intestine per amministrare il nulla che è loro rimasto e riesumazioni sinistre come quella del povero Zavoli, che manco Dracula sotto trip avrebbe avuto il coraggio di proporre. Alla faccia del partito nuovo: va a picco per la presidenza della commissione parlamentare di vigilanza ma non spende una parola sulla vicenda di Eluana Englaro e sui relativi deliri di Ruini, Bagnasco e compagnia.

Ok, è chiaro: siamo una nazione istericamente e prepotentemente votata al declino, dove tutti - ma proprio tutti - lavorano indefessamente per questa raggiungibilissima, o forse già raggiunta, meta. Avanti: basta poco e ce l'abbiamo fatta: W la libertà e abbasso i comunisti, rovina della nazione!

PS: Comunque in tutte le cose c'è un lato comico: il titolo di Repubblica "Addio a Forza Italia, ora c'è il PdL" non l'avrebbero pensato manco quelli di Cuore...
postato da: Eteriele alle ore 23:07 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: ad metalla
giovedì, 20 novembre 2008

Clic!

Ho un programma bellicoso di riletture cinematografiche da fare in fretta, e il mio mulo è già al lavoro e scarica paziente ciò che gli chiedo. Gli indimenticati "L'uomo che amava le donne" del grandissimo François, "L'ospite d'inverno" di Alan Rickman, "Exotika" di Atom Egoyan, e colgo il momento per scaricare anche il resto del regista canadese che non ho ancora visto: "Il dolce domani", "false verità", "Ararat: il monte dell'arca" - che dev'essere un po' diverso - e "il viaggio di Felicia". Alla faccia dei calcoli che dovrei fare, delle lezioni che dovrei preparare, delle arretratissime analisi dati che dovrei inviare...
http://kaganof.com/kagablog/wp-content/uploads/2007/09/exotica_ver1.jpg    
 
postato da: Eteriele alle ore 01:18 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: viaggi, film, sogni, dubbi, ad maiora melioraque, purtroppo rimembro ancor
lunedì, 17 novembre 2008

Un viaggio aereo lungo quasi un decennio

A partire dal costosissimo decollo dal cazzo di aeroporto di Girona - odio Ryanair - e fino a quando una hostess dall'angelico sorriso e dal tono agnellato da Ss in gita premio non mi ha intimato di levare cuffie e i-pod, hanno accompagnato il mio viaggio Shostakovich e Prokofiev. Ma dopo che lo scomodissimo aeroplano ha lasciato quasi perpendicolarmente la linea della Costa Brava, complice la giornata tersissima, in poco meno di un'ora ho rivissuto tutti gli ultimi nove anni di allers/retours dalla Francia.
I Pirenei innevati erano sulla sinistra e poi poco dietro di noi, e lontano s'intravedevano già le cime alpine, più quella caccola dal biancore appena appena accennato che solo nei fumi dell'onanistica grandeur quei megalomani frustrati dei francesi potevano chiamare "grande massiccio centrale". Enorme davvero: forse persino il Terminillo gli fa il culo.
Insomma: il 737 dei fratelli irlandesi e pederasti ha costeggiato la costa della lingua d'oca, e ho riconosciuto quasi tutto: Narbonne, Montpellier, Arles, Nimes, Marsiglia e il suo stagno, infine Tolone e il suo porto, che se Dio esistesse dovrebbe inghiottire senza colpo ferire e con un bel rutto liberatorio finale. Poi ha attaccato la costa su Nizza, quindi ha passato le alpi marittime per iniziare la discesa verso le leghiste valli.
E mentre osservavo dall'alto ogni città, pensavo alle infinite volte che ho percorso quel tragitto, in tutte le stagioni possibili e con ogni mezzo, a parte il dorso d'asino. E ho ricordato. Ho ricordato il primo mobile  di questa storia, e poi mio padre che veniva a trovarmi a Toulouse, e poi la sorellina e il suo amore, e poi il fratellino, e poi la Camargue, la meravigliosa Camargue, quella d'estate e quella d'inverno, quell'inverno così freddo che gli uccelli passeggiavano sulle lastre di giaccio che galleggiavano sugli stagni gelati. E poi Avignone e il palazzo dei papi, e le mura, e  una crepe in una piazza torrida e poi una sosta con la saloppe piangente e fuori come un melone, e poi Aix, e l'arena di Arles, e poi la tappa nella solitudine disperata della notte di Montpellier, e poi le soste a Lione, e i successivi tragitti tra le valli alpine gelate alla volta di Torino, e le notti a Nice quando andavo a Genova per le surreali riunioni organizzative in cui di quel che si organizzava non è rimasto quasi nulla.
E mentre il jet dei fratelli irlandesi e pederasti costeggiava la linea della terra francese, restando a molte decine di chilometri dalla costa, mi chiedevo quanto tempo fosse passato, e valutavo quanto tutto sia cambiato da allora, dal primo viaggio solitario nel pandino ripulito e messo a posto per l'occasione, da quell'emozione dello sbarco, che è ancora vivissima come se fosse capitata ieri, e il primo mobile che m'aspettava a toulouse, e io che credevo di aver finalmente trovato la parte più profonda e spaventata e felice di me.
E' stato un viaggio di un'ora, lungo dieci anni di vita. Mi sono detto: oggi concludo qualcosa. Infatti, arrivato a Genova, ho provveduto a concludere sì, e in bellezza: ho perso il più che decennale portafoglio, con le carte di credito, i soldi, la patente che aveva appena compiuto ventun'anni e dove c'era una foto in bianco e nero di un ragazzo impedito, timido e brufoloso.
Che giornata.
postato da: Eteriele alle ore 22:57 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento: purtroppo rimembro ancor

About Mr. President Obama

Ora che la sbornia elettorale è passata, ora che si è un po' attenuata l'onda emozionale per il fatto che il nero Obama è diventato l'uomo più potente del mondo, provo a scrivere un paio di considerazioni che rimugino da un po'.
Ieri, in treno, osservavo una foto su "Internazionale" di questa settimana, in cui Obama, durante un momento della lunga campagna elettorale, si sofferma a parlare con un paio di suoi sostenitori in un ristorante. L'impressione è quella che ho avuto più volte in questi mesi: un giovane uomo borghese, elegante, dall'aria pacata, che chiacchiera amabilmente con due persone, immagino, a proposito di quello che vorrebbe fare se fosse eletto. Ora che pure quel se è stato spazzato via dalla certezza dell'elezione, resta quell'immagine, gradevole, di una pacatezza aperta all'ascolto. Cioè l'esatto contrario dell'autorefenzialità ideologicamente violenta e imperniata su quel misto di arrogante goffaggine e infinita ignoranza che abbiamo osservato nei lunghissimi otto anni dell'osceno predecessore di Obama.
Kant, in passato, si pose una questione interessante: l'essere umano è in grado di progredire (moralmente e collettivamente)? La risposta che si diede, alla fine, era positiva e usava come punto di forza l'avvenuta rivoluzione dell'età dei lumi col suo successivo sbocco nella rivoluzione francese vera e propria.
Ora, esistono momenti in cui la storia mostra che gli esseri umani cercano di trovare delle risposte di speranza, di apertura e di fiducia nel futuro. E queste risposte arrivano spesso attraverso strappi. Dall'elezione di un presidente americano, io credo, non ci si può aspettare una rivoluzione sociale, nè un mutamento radicale delle teorie economiche su cui il sistema - cioè la società - che quest'uomo dovrà governare è basato. Si tratterà di correzioni di rotta, che tutti speriamo pesanti, ma che forse è utopistico pensare radicali. Tuttavia l'elezione di Obama ha una forza simbolica evidente e fortissima, perchè mai - che io ricordi - negli ultimi decenni un momento abbastanza normale e atteso come questo era stato vissuto con tanta partecipazione e emozione. Obama rappresenta infatti - col colore della pelle, la storia personale e politica, tre cose che ha saputo splendidamente intrecciare per costruirsi di fronte a chi l'osservava, sostenitori e avversari - l'inattesa vittoria di un'idea in quest'epoca fosca e dominata da una destra violenta e intrisa d'intolleranza di stampo integralista, che vorrebbe usare come contrapposizione ad integralismi soltanto diversi dal proprio. E' l'idea del piccolo (cioè fuori dall'establishment) che diventa grande attraverso la disponibilità, l'ascolto, la capacità di parlare e convincere non la folla in quanto tale, ma una moltitudine di singoli che singolarmente decidono di sostenerlo, sottraendolo così almeno in parte alla necessità di dipendere dai finanziamenti di grosse lobbies che poi presenteranno l'inevitabile conto. E' un'idea chiara, e in fondo è molto semplicemente un'idea civile di democrazia moderna, ma è un'idea che in questi anni  sembrava diventata così rara da risultare, ora, rivoluzionaria. E questo dà anche una buona misura di quanto la destra americana, col valente aiuto di tante altre destre di complemento - in prima fila quella, culturalmente sgangherata, italiana - abbia marciato nel tentativo di massacrare il principio (moderno e democratico) che un mondo che non piace può essere cambiato attraverso le parole, l'ascolto di quelle altrui, il ragionamento e il conseguente voto dei singoli; e non con gli slogan della paura, le guerre più o meno sante (ma sempre estremamente e silenziosamente remunerative) e la violenza che ne deriverà a lungo, che consentirà di cavalcarne di nuovo la paura in un circolo vizioso, osceno e senza fine.
C'è un aspetto per cui a me la storia di Obama offre, dopo tanti anni, un motivo di speranza. La stessa che mi offrirono i discorsi di Gorbaciov quando la sua politica stava evidentemente preparando la caduta del muro di Berlino, altro momento che conferma la teoria Kantiana di cui sopra. E' il fatto che la vittoria di Barack è il più straordinario e pesante ceffone alla "base morale" della destra (mondiale) e pure di una parte non piccola delle tristemente disincantate sinistre occidentali, ivi compresa la nostra: quel cinismo totalizzante e sprezzante per cui la politica si fa solo per interesse (non importa se più o meno legittimo) personale, privato o di gruppi di privati, per amministrare alla bell'e meglio l'esistente, insieme all'affermazione che questa stessa politica non debba essere soggetta ad alcuna etica e ad alcun controllo che non siano quelli del brutale rapporto di forza. Salvo, per cercare di darsi una sorta di pseudo-ombrello etico, sposare i precetti di una chiesa che devono essere imposti a tutti e che, in quanto precetti derivanti da una fede, hanno un ampio margine di indiscutibilità, ma che non valgono per chi l'impone. La destra italiana, ad esempio, ha sposato persino più di altre questa pseudo-ideologia, di cui abbiamo più volte potuto e possiamo tuttora ascoltare gli arroganti e fanatici cantori. E' chiaro che, in un clima così congegnato, su ogni singolo da anni gravasse l'angosciante sensazone dell'inutilità - se non del rischio - del rivendicare il banale diritto democratico a che anche la propria voce, una singola voce, debba aver peso ed essere ascoltata. A  chi pativa questa plumbea angoscia per la propria totale emarginazione dal circuito decisionale, Barack ha saputo dare una risposta tanto semplice quanto emozionante: sono qui e t'ascolto.
In fondo anche Barack dà ragione a Kant, più di 200 anni dopo: talvolta lo strappo verso un'idea un po' meno brutta di noi stessi è possibile. Poi non è detto che Mr. President riesca a fare ciò che ha promesso, e forse neppure che lo possa fare, almeno completamente, e neppure che sia davvero convinto della fattibilità/opportunità di tutto quanto ha indicato come possibile. Ma questo non cambia l'effetto, che è  stato così forte perchè si è dispiegato su una quantità di singoli che si sono sentiti personalmente coinvolti e meno su collettivi predeterminati come gruppi. E dimostra che le parole, le parole giuste e quelle importanti, hanno ancora la forza necessaria per tentare di cambiare un mondo che se pure ha perso sempre più la capacità e il tempo di ascoltarle, non ha perso il disperato bisogno di sentirle.
postato da: Eteriele alle ore 04:00 | link | commenti | commenti (pop-up)
argomento:
lunedì, 27 ottobre 2008

Il brodo mnemonico

Da un certo punto in poi - diciamo dal giugno 2005 - ho deciso che le emozioni non facevano più per me.
Dopo esserne stato preda per gran parte della mia esistenza, all'ennesima montagna russa - in questo caso una rovinosa e inarrestabile discesa - sono giunto alla conclusione che era il caso di darsi una regolata.
Quindi, basta: piattume. Niente più sbalzi, niente più grandi empatie o viscerali antipatie. E niente più sbroccate: i baci con la pargola viziata e di bell'aspetto confermavano il fatto che non ero - non sono, non sarò - capace di scegliere seguendo un criterio sano. Era quindi ora di finirla: quando seppi che Madame aveva improvvisamente coronato il sogno professionale, a spese mie, la botta fu così dura che - durante un congresso inutile e orribile a Siena - arrivò l'irrevocata decisione di appiattirmi su un quieto vivere che non poteva prevedere alti più di tanto alti, e bassi più bassi di tanto.
Sennonchè un prezzo doveva essere pagato. Il mio era la memoria. Che nel mio caso ha sempre funzionato, e pure bene. Ma per una semplice ragione, del tutto comune: perchè era modulata dalle emozioni. Le quali, intense e generose, sceglievano e segnavano, nel bene e nel male.
Ma quando ho deciso di fermarle, di atterrarle, anestetizzandomi, su un piano emozionale, affettivo e persino erotico, anche le spinte alla memoria si sono fermate.
E ora - e da tanto, forse da troppo tempo - mi ritrovo in un piattume emozionale che è  infine brodo menemonico: le pietre miliari della mia esistenza erano legate, determinavano la mia capacità di registrare; ma dato che erano segnate, modulate dall'emozione, soppressa quest'ultima, anche la memorizzazione è finita nel massacro. Dal giugno 2005 è quasi tutto uguale, monocorde, monocromatico, emozionalmente asfittico. Il giorno prima è uguale al giorno dopo, ed entrambi sono la stessa cosa dell'oggi. Non posso dire di vivere male, ma è un vivere a metà. E' un campare senza sugo, è  invecchiare senza evolvere, è fossilizzazione comoda e anestetizzante.
Rivoglio le mie emozioni: la disperazione e la felicità, il desiderio feroce e la ripulsa nauseata, il sorriso emozionato e l'umor nero.
Il problema è che, allo stato attuale, non mi posso permettere niente di tutto ciò. Ed è inutile che me la prenda con Madame J o con la vacua tutor. Dovrei vedermela con me stesso. Ma per farlo avrei biosgno di mettere in conto un periodo di dolore e poi di lenta ripresa, che sarebbe forse affrontabile se non ci fossero, come ci sono, altre persone che sulla mia solidità devono fare conto.
Mi sono imprigionato con le mie stesse mani.
postato da: Eteriele alle ore 00:35 | link | commenti (3) | commenti (3)(pop-up)
argomento: